(19/07/2024) In Trentino il problema dell’impossibile “convivenza” con gli orsi si ripresenta ogni anno in forme sempre più gravi. Quest’anno, dopo una serie impressionante di avvistamenti (nel centro del capoluogo della val di Sole, Malè, davanti ai seggi elettorali) pedinamenti, incidenti stradali, si sono verificati per la prima volta attacchi (tra “falsi” e veri) a turisti stranieri. Gli operatori turistici sono preoccupati. Il caso del turista francese aggredito su un sentiero poco distante dal Lago di Garda (e non nel fitto di una foresta) è stato ampiamente ripreso dai media nazionali. Si diffonde l’immagine di un Trentino pericoloso dove non puoi più andare in bicicletta o fare una passeggiata senza rischiare incontri potenzialmente drammatici.
Anche quest’anno, però, non succederà nulla: gli orsi continueranno ad aumentare e con loro l’impatto sulle attività dell’uomo. A fronte di associazioni animaliste pronte a utilizzare i mezzi mediatici e legali che, in passato, hanno bloccato con successo gli interventi di controllo degli orsi pericolosi, l’apparato della provincia è paralizzato (si lascia paralizzare) da interpretazioni garantiste (per gli orsi) di norme e linee guide già molto garantiste per i plantigradi. Mentre non passa settimana che qualche soggetto si aggiunga alla lista di quelli pericolosi o solo problematici, non un solo esemplare è stato sinora catturato. L’assessore Failoni assicura che entro l’anno verranno abbattuti gli otto esemplari previsti dalla leggina votata dal Consiglio provinciale e “venduta” in campagna elettorale. Promesse difficili da mantenere.

Un esempio classico dell’approccio “morbido” alla gestione degli orsi problematici è rappresentato dall’insistenza nell’uso della “gabbia tubo” per la cattura degli orsi. La trappola a tubo, rispetto alla cattura con i lacci anti traumatici (di Aldrich consente il trasporto dell’orso all’interno della gabbia stessa e, se cade in trappola l’orso sbagliato consente la liberazione senza anestesia ma solo aprendo lo sportello. Di contro, il laccio è il metodo più sicuro per gli operatori e il posizionamento dell’ingombrante e pesante trappola tubo è limitato dalla possibilità di accedere con un automezzo e il relativo rimorchio. Il vero motivo per il quale si privilegia la gabbia tubo consiste nel rischio che un orso “innocente”, catturato per sbaglio, possa morire a seguito della narcosi.

Attualmente sono impiegate 4 gabbie tubo ma, in giro per il Trentino occidentale gli orsi problematici sono di più. Come la mettiamo? Il più grosso inconveniente della gabbia tubo consiste nel fatto che gli orsi diffidano del dispositivo e non vi entrano facilmente. Nella bella stagione, quando il cibo è abbondante, l’esca utilizzata per attirare gli orsi è meno appetibile. Così passano dei mesi. La storia degli orsi problematici trentini insegna che questi mesi poi possono risultare fatali perché, nel frattempo, intervengono ricorsi e sentenze. Se le catture vengono tentate a fine estate-autunno si rischia di aspettare la fine dell’ibernazione l’anno successivo. Il Pacobace, stesso (le linee guida per la gestione degli orsi adottate dalla Provincia di Trento e sottoscritte poi dalle regioni limitrofe e dalla Provincia di Bolzano) appare molto garantista nei confronti degli orsi.

AZIONI LEGGERE
a) intensificazione del monitoraggio (nel caso di orso radiocollarato);
b) informazione: ai proprietari e/o custodi del bestiame domestico ai proprietari e/o frequentatori abituali di baite isolate ai possibili frequentatori dell’area (turisti, cercatori di funghi, ecc.);
c) stabulazione notturna degli ovini, caprini e bovini in stalla e altre misure di protezione;
d) celere rimozione degli animali morti in alpeggio;
e) gestione oculata dei rifiuti organici, con eventuale adeguamento dei contenitori e discariche;
f) messa in opera di strutture idonee a prevenire i danni provocati dal plantigrado (recinzioni elettriche);
g) attivazione di un presidio, inteso come permanenza in zona della Squadra d’emergenza orso;
h) condizionamento allo scopo di ripristinare la diffidenza nei confronti dell’uomo e delle sue attività: s’intende l’intervento diretto sull’animale con il quale si provvede a condizionarlo (petardi, pallottole di gomma, disturbo sonoro, cani);
AZIONI ENERGICHE
i) cattura con rilascio allo scopo di spostamento e/o radiomarcaggio;
j) cattura per captivazione permanente;
k) abbattimento.
Le analoghe linee guida svizzere (la Svizzera non appartiene alla UE ma ha sottoscritto la Convenzione di Berna dalla quale discende la Direttiva Habitat che stabilisce il regime di rigida protezione dell’orso bruno) prevedono ai gradi 17 e 18 della scala di pericolosità una sola alternativa: il piombo.
E’ evidente che in tutti i casi in cui si opta per il “monitoraggio”, si mette in moto un meccanismo dai tempi ed esiti incerti. Il monitoraggio presuppone la cattura per il radiocollaraggio e abbiamo già visto come sono problematiche, per la scelta di non usare i lacci, le catture.
Si temono gli animalisti, poco i sentimenti della popolazione
Arriviamo ora al punto cruciale: perché la politica trentina ha lasciato che la situazione sfuggisse di mano e, anche oggi, non dimostra di volere/poter trovare soluzioni al problema orsi? La risposta è semplice: perché la società trentina è intrappolata in una tela di ragno di condizionamenti. Le amministrazioni locali, le categorie, le associazioni, i privati dipendono tutti dai contributi di “mamma provincia”. Nel tempo, la Provincia è divenuto un potente apparato che controlla la società. Togliendo autonomia e risorse ai comuni e alle comunità di valle le ha rese dipendenti dalla PAT per le loro necessità finanziarie. I sindaci tengono quindi un profilo basso; non osano criticare la provincia, non osano porre in maniera ultimativa le richieste di sicurezza che vengono dai cittadini. Spesso i sindaci sono condizionati anche dalle loro relazioni personali e professionali che facilmente ricadono nel “sistema provincia”. Ma anche gli stessi cittadini sono inibiti dall’intraprendere azioni di protesta e dall’”esporsi”. Imprese, associazioni, professionisti, famigliari con un membro dipendente in Provincia sono paralizzati. Molti si lamentano per la perduta libertà di frequentare i boschi, per l’ansia provata tornando a casa quando questa è al limite del bosco, ma stanno in silenzio. Non è certo per discrezione o malinteso civismo che ci si astiene dalla contestazione del sistema che ha promosso e consentito la proliferazione degli orsi sul territorio ma per paura di perdere vantaggi economici, di perdere l’acquisito status di benessere materiale diffuso garantito da un’autonomia falsa che a livello locale consiste in un sistema centralista tecnocratico, paternalista, dai tratti di un totalitarismo soft. Un po’ meno soft quando, incarnato dai forestali, si permette di intimidire i cittadini per indurli a tacere.
Quando, superando i condizionamenti e le dissuasioni, i cittadini si aggregano in comitati, associazioni spontanee queste ultime sono accolte con diffidenza, come “disturbatori del manovratore” e sono ignorate. Parimenti si tende a istituzionalizzare le associazioni esistenti legandole con cinghie di trasmissione alla Provincia, non solo mediante la leva dei contributi ma anche piazzando dirigenti provinciali nei vari organismi. La burocrazia provinciale (di cui la Forestale è una componente con forte peso specifico) è il vero fulcro del potere provinciale, con la politica elettiva a fare da facciata e a ricoprire ruoli di rappresentanza.
Come indicava uno studio dell’Università di Torino del 2008, il livello di “democrazia di base” nel Trentino di Dellai era particolarmente basso. Le istituzioni dialogano solo tra loro senza una vera dialettica perché tutte fanno riferimento al “sistema”, le espressioni di base sono mal tollerate e ignorate e, per di più, non possono disporre di soggetti di mediazione all’interno della sfera istituzionale perché tutti i soggetti sono allineati al “sistema”
APPROFONDIMENTOI. UNO STUDIO RILEVAVA IL BASSISSIMO LIVELLO DI PARTECIPAZIONE DEMOCRATICA NEL TRENTINO DI DELLAI Per corrispondere all’immagine di “apertura”, “progressismo”, “ambientalismo” che la PAT si deve dare , al fine di giocare meglio nell’arena politica nazionale, Dellai aveva commissionato al prof. Luigi Bobbio e dott. Gianfranco Pomatto dell’Università di Torino uno studio sul livello della “democrazia di base” in Trentino. Forse troppa sicurezza di sé (o arroganza?) giocano brutti scherzi e la ricerca è risultata un boomerang. I risultati sono stati presentati alla conferenza internazionale svoltasi a Trento il 23-24 maggio 2008 “Qualità della Democrazia/ Partecipazione e Governance”. Sono stati studiati cinque casi di conflitti territoriali o ambientali nella Provincia di Trento. Tra questi quello di Fiavè (l’opposizione alla maxi centrale a biogas). Vediamo alcune delle conclusioni dello studio: Il confronto, quando avviene, è comunque sviluppato esclusivamente tra le istituzioni. I comitati di cittadini, le associazioni…non sono mai esplicitamente coinvolte, anche quando hanno specifici argomenti da proporre e godono di una certa influenza sulla popolazione. Per esempio per discutere la localizzazione dell’impianto di biogas si costituisce una commissione che include i comuni interessati (Lomaso, Fiavè, Bleggio Inf. e Sup. CEIS e COGEGAS), ma non il comitato di cittadini ( pure molto attivo). Non è finita. Lo studio dice che sistematicamente le istituzioni evitano il confronto con le espressioni civiche “spontanee”, non irreggimentate e controllate dall’alto. Due aspetti balzano agli occhi: la difficoltà di reperire soggetti istituzionali che siano in grado di svolgere un ruolo di mediazione (dal momento che spesso tutti i soggetti istituzionali sono coinvolti nel processo come parti in causa); la scelta di evitare ogni interlocuzione diretta con i gruppi o le associazioni che protestano e suggeriscono alternative….
Le premesse per fare del Trentino un laboratorio sociale un experimentum in corpore vili
Cosa meglio di una società come quella trentina, con benessere diffuso ma con un sistema sociale compresso da una forma di totalitarismo soft per intraprendere esperimenti politici e sociali? In Trentino si rischia poco. Così sono state collaudate formule politiche poi applicate a livello nazionale, così si testano “innovazioni” che impattano sulla realtà sociale. Un caso eclatante è rappresentato dal progetto “Grande fratello” nella città di Trento, un sistema avanzato di video e audio sorveglianza gestito dall’Intelligenza Artificiale.

Trento è città con connessioni dirette con il World Economic Forum, attraverso l’Università e il Festival dell’economia, ed è probabile che certi input siano arrivati da quelle direzioni. Ma nelle valli trentine è in atto un progetto molto più importante, che riguarda niente meno che il futuro della montagna. Il progetto è il famigerato Life Ursus che prese il via alla fine degli anni ’90 del secolo scorso e che ora sta arrivando a mettere in luce le sue finalità. In questi giorni, a seguito delle nuove aggressioni da parte degli orsi, si inizia a proclamare apertamente il fine recondito del progetto di reintroduzione degli orsi, che non è la “convivenza” del tutto impossibile, ma la ritirata dell’uomo da una parte del territorio, che si estenderà sempre di più. Gli animalisti già vogliono che si chiudano i sentieri frequentati dagli orsi, ovvero tutta la rete sentieristica del Trentino occidentale. Vogliono anche chiudere le aree con le orse con cuccioli.


Di seguito quello che vorrebbero già ora applicare gli animalisti ma che finirà di adottare la stessa Provincia se non riuscirà a risolvere il problema politico della gestione costringendo l’Ispra e il governo nazionale a farsi carico della realtà.



Se si applicano le regole nord americane l’accesso ai sentieri e alle strade forestali trentine sarà sempre più limitato
Per tutelare la sicurezza dei frequentatori della montagna non basta affiggere dei cartelli. Oggi non pochi si lamentano perché i nuovi cartelli gialli della provincia “fanno scappare i turisti” ma con l’intensificarsi degli episodi di pedinamento a escursionisti e ciclisti, attacco, ferimenti, morte, si dovranno adottare regole più stringenti.

Nei parchi nord-americani in presenza di orsi problematici, specie se si sono resi responsabili di aggressioni, si chiudono i sentieri. Se si è in presenza di orsi con comportamenti meno gravi, o di una forte attività degli stessi, si impone di procedere solo a gruppi di almeno 4 persone di cui almeno una dotata di bomboletta anti orso e si vieta il transito alle biciclette e a tutti dopo il tramonto. Sempre si raccomanda di portare con sé lo spray. I trentini e gli operatori turistici si rendono conto che, progressivamente, la libertà di movimento di residenti e nativi sarà impedita? Crediamo di no. Si fidano troppo di “mamma provincia”. Sinora ha garantito il benessere materiale, perché dubitare?
C’è poi chi si lascia andare a sparate inqualificabili, ma indicative di un certo pensiero. La giornalista e scrittrice Annarita Briganti su rete 4 il 18 luglio alle 17:30 suggeriva, visto che gli orsi si avvicinano ai paesi …. di spostare i paese. Solo sparate? Viaggiamo un po’ nello spazio. Quanti villaggi africani sono stati smantellati e gli abitanti deportati per far posto ai “sacri parchi”, quelli che, entro il 2050, dovrebbero coprire il 50% delle terre emerse? Anche in India sono numerosi i profughi del conservazionismo, le vittime del colonialismo verde.

Baraccopoli di “profughi della tigre”: abitanti del villaggio di Kathbagai in India trasferiti a casa della creazione di una nuova riserva integrale per la protezione della tigre nell’ambito di un parco.
Se ci spostiamo nel tempo vediamo che, anche nella “civile” Europa, in tempi moderni, il contadino era scacciato e i suoi villaggi dati alle fiamme per spingerlo nelle città. Niente di strano se oggi, con il pretesto del rewilding, si stia pensando a cacciare le popolazioni della montagne e dalle campagne.

Modello americano (e sloveno) e modello della “convivenza
In Canada e negli Stati Uniti nei parchi nazionali non esistono villaggi, vi abitano solo i guardia parco e gli addetti al turismo. Non esiste agricoltura e allevamento. Chi frequenta i sentieri sono solo i turisti, tenuti a rispettare le regole. In caso di pericolo i percorsi sono chiusi. In Slovenia gli orsi sono concentrati i grandi riserve di caccia nel sud del paese (qui, Mustoni, quando operava per Life Ursus, andava a prelevare gli orsi e li portava in Trentino). All’interno di queste riserve vi sono case di caccia e rare locande; piccoli e pochi i villaggi ai margini. In questo contesto uomo e orso non “convivono” perché l’orso occupa spazi separati dalle aree antropizzate dove si esercita l’agricoltura e l’allevamento.

Chiudere un’area o un sentiero in Nord America significa che i turisti devono cambiare percorso. In Trentino ciò significherebbe impedire l’accesso alle malghe, agli agriturismi e ai rifugi in quota, impedire le attività nel bosco (caccia, cura del bosco, raccolte). Significherebbe anche impedire l’accesso a masi isolati ma abitati per una parte dell’anno.
Non credo si arriverà mai alla chiusura di interi centri abitati e al loro “spostamento” ma si assisterà a un progressivo svuotamento. A partire dalle case ai margini degli agglomerati e dei nuclei rurali di poche case (vedi Val di Rabbi). Intanto le case ai margini dei boschi e, a maggior ragione, quelle nel bosco perdono valore. L’orso non è un gioco a somma positiva: alcuni guadagnano mentre altri perdono.

Le associazioni ambientaliste, gli esperti, le stesse istituzioni assegnano al modello “europeo” della “convivenza” (orsi e lupi che occupano le aree antropizzate) un valore superiore al modello “segregazionista” (che puzza di razzismo o, meglio, specismo) nord-americano. In nome dell’utopia pelosa della “convivenza” cui si assegna un quid di mai dimostrata superiore eticità.
Dal momento che la convivenza è impossibile nello stesso spazio è l’uomo che non deve più “invadere” lo spazio dell’animale. Non importa se reintrodotto da solo un quarto di secolo viaggiando in autostrada per centinaia di km. Oggi si chiude il sentiero, domani una valle, dopodomani si favorisce l’abbandono dei villaggi.
Siamo evidentemente all’abdicazione del conservazionismo (che tiene conto delle esigenze sociali) a vantaggio delle ideologie animaliste: non solo le esigenze di conservazione della specie e della popolazione vengono anteposte a fondamentali esigenze e diritti sociali ed individuali ma persino quelle di conservazione del singolo esemplare (conservazionismo compassionevole ma senza pietà per gli umani).
Il Trentino, per tutto quanto detto sopra, per la sua passività sociale, preso nella rete delle pressioni clientelari è la terra ideale (non ne esiste una più “idonea” su tutte le Alpi) per questo esperimento sociale. Una volta che il modello del rewilding sarà stato imposto al Trentino sarà più facile imporlo su tutte le Alpi.
Una polpetta avvelenata
Apparentemente, il progetto Life Ursus è stato avviato sulla base dell’ambizione di alcuni giovanotti desiderosi di passare alla storia quali protagonisti del “più grande progetto di reintroduzione di una specie mai realizzato in Europa” e di alcuni politici e burocrati navigati che aspiravano a gestire soldi e potere. Se non ci fosse stata la volontà delle più potenti lobby ambientaliste di tentare un esperimento sociale in vista delle future politiche di rewilding, restoring nature, green deal (politiche delle quali, alla fine degli anni ’90, solo i più introdotti erano a conoscenza), il progetto non avrebbe avuto i finanziamenti europei, il placet dell’Ispra e del Ministero.
Conversazioni del tenore di quella immaginaria (ma forse anche no) che riportiamo di seguito se ne devono essere intrecciate parecchie negli anni di incubazione del famigerato progetto Life Ursus.
“Vogliamo reintrodurre gli orsi”
“E’ una pazzia”
“C’erano anche prima”
“Reintrodurre una specie estinta crea effetti sconvolgenti, non vi rendete conto delle conseguenze”
“Ma cosa sarà mai? Qualcosa bisogna pur fare con i soldi dell’Unione Europea”
L’esca era irresistibile per dei personaggi cinici e irresponsabili. E, come previsto, da chi manovrava dietro le quinte, i pesci sono abboccati. Solo ora cominciamo a capire cosa c’era dietro.
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