Lupi neri abruzzesi: i danni e le menzogne dei “protezionisti”

(26/07/2024) E’ di ieri la notizia dell’avvistamento di un branco di sei lupi neri (tutti uniformemente neri) nelle campagne di Ofena (Aquila). Una notizia che certifica come i protettori del lupo rappresentino la causa principale della distruzione della biodiversità e della perdita di identità genetica del lupo italico (Canis lupus italicus). Incentivando la lupomania, che ha moltiplicato gli zoo all’aperto con varietà di lupi esotici di tutti i continenti, impedendo, in nome della “conservazione compassionevole”, ogni abbattimento, anche di ibridi, anche di lupi esotici. Sui lupi neri hanno raccontato ogni tipo di favola arrivando a sostenere che nell’Appennino settentrionale il lupo nero è – come in Canada – frutto di incroci con cani neri avvenuti 10 mila anni fa!

Lupologi in contraddizione tra loro

La favola del lupo nero autoctono dell’Appennino settentrionale contrasta con le osservazioni di Boitani che ritiene che il lupo si sia estinto in quest’area intorno agli anni ’70 del secolo scorso. Ma come si spiega l’apparizione di un branco di sette lupi neri nell’Appennino centrale, dove nessuno ha mai ipotizzato la presenza di lupi neri autoctoni?

Boitani, che non crede – almeno con riferimento all’Italia – alla storia dell’incrocio preistorico con i cani, salvo quei ripensamenti e capriole di cui è maestro, ritiene che sia sufficiente il carattere fenotipico “mantello melanico” per qualificare un ibrido recente. Fosse per lui sparerebbe a tutti i lupi neri per toglierli di circolazione e salvare il lupo “puro”. Ma esiste ancora il lupo “puro”? Sembra di no, considerando che il grado di ibridazione (introgressione) con il cane varia, secondo le ricerche, dal 20 all’80% e che, sulle Alpi, è da anni in atto, salutato con gioia dai lupisti, l’incrocio tra lupi di provenienza balcanica e carpatica con quello – ormai mitico – “appenninico”.

A certificare la perdita di identità del lupo “italico” vi è l’aumento della taglia degli esemplari attuali, che raggiungono non raramente pesi di 45-50 kg (il lupo italico tipico pesava tra i 25 e i 35, con i più grossi maschi adulti che potevano arrivare a 40).

Quello che i lupologi non vogliono ammettere, perché sarebbe troppo imbarazzante per chi continua a sostenere la protezione rigorosa del lupo in nome della biodiversità, è che, oltre all’ibridazione con il cane, può aver inciso sull’”imbastardimento” del lupo appenninico anche l’incrocio con lupi esotici. Per esorcizzare questa “vergognosa insinuazione” si è ricorso a ridicolizzare chi, nel tempo, ha avanzato dubbi. Non pochi , in Abruzzo, ritenevano che per “rinforzare” il ceppo indebolito dei residui lupi appenninici si fosse ricorso, di nascosto, a una immissione di gagliardi lupi siberiani. La voce era stata ripresa anche da Repubblica.

Non serve importarli, siamo pieni di lupi esotici

Gli zoo all’aperto fanno a gara ad esibire i lupi più esotici, più grossi, più impressionanti. E’ una forma di consumismo che la “cultura naturalistica” all’italiana (alla Geo&Geo) ha contribuito a diffondere. Con il pieno appoggio delle lobby animal-ambientaliste che, giocando sull’ignoranza crassa del pubblico, possono ammanirgli le narrazioni più inverosimili.

In almeno un caso è stata documentata la fuga di un gruppo sette lupi neri canadesi. Provenivano dal parco Alpha, in Provenza. Almeno uno non è stato catturato ed ha raggiunto il confine italiano facendo perdere le tracce. Ma chissà quante altre fughe (o rilasci volontari) possono essere avvenuti nel silenzio della rete di complicità e omertà (sappiamo quanto faziosamente pro lupo siano alcuni veterinari e cc forestali).

Il mercato nero dei lupi

La numerosa presenza di lupi in strutture di vario tipo (zoo, centri recupero, centri detenzione animali pericolosi) e la loro gestione da parte di fanatici animalisti rappresenta un fattore potenzialmente favorevole per il mercato clandestino. Lo dimostra la facilità con la quale gli allevatori di ibridi illegali si sono procurati esemplari di lupi “puri”. Proprio in questi giorni è arrivata la condanna per due allevatori che utilizzavano veri lupi per ottenere ibridi da vendere come CLC “super”.

La macchinosa procedura di cattura, sterilizzazione, rilascio favorisce il business animalista e rende inefficace la rimozione degli ibridi

Un branco di lupi ibridi piuttosto famoso è stato quello del Tarvisio. Dal momento che l’area è al confine con la Slovenia è stato possibile mettere in evidenza il diverso approccio tra l’Italia e gli altri paesi. In Slovenia la maggior parte del branco del branco fu abbattuta. Ma un maschio nero riuscì a rifugiarsi nell’accogliente Italia (chiedendo asilo politico?). La riproduzione è quindi proseguita dal momento che ha incontrato una femmina che ha partorito sette cuccioli. E la storia prosegue. Storie all’Italiana, storie di finto conservazionismo.

Sempre meno ambientalisti e sempre più animalisti, i “protezionisti” hanno imposto che nemmeno gli ibridi possano essere abbattuti. Vanno catturati (non è semplicissimo) e sterilizzati. Dopo la “riabilitazione” in apposite strutture che ricevono fondi pubblici, risorse sottratte alla sanità e ad altri servizi, essi vengono rilasciati in “natura”. A fare danni.

Le responsabilità del Parco del Gran Sasso e dei Monti della Laga

Ora che un agricoltore ha documentato la presenza di un branco di sette lupi tutti neri nel cuore dell’Abruzzo, ovvero dell’area di conservazione del lupo italico, cosa intende fare il Parco? Innanzitutto deve spiegare da dove vengono questi lupi. Dovrebbe anche ammettere il fallimento delle politiche di conservazione del lupo italico “puro” nonostante i tanti progetti e l’enorme flusso di denaro da essi attivato. Vediamo ora quanto ci metteranno a catturarli

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