di Michele Corti
Riporto per esteso l’intervento preparato per il congresso di Democrazia Sovrana e Popolare del 31 gennaio al quale ho partecipato nella sessione dedicata a temi sociali e politici trattati da esterni al partito

1) La frattura urbana-rurale si ripropone e assume nuova valenza politica (ed elettorale)
Il comportamento elettorale si polarizza. Pur con degli scostamenti, nelle aree “rosse” e in quelle “bianche” della prima repubblica, città e campagne tendevano ad avere lo stesso colore. Oggi vi sono città delle aree ex bianche saldamente in mano al PD. PD e AVS raddoppiano i voti passando dai piccoli comuni alle grandi città.
Sul piano ideologico Europeismo, liberalismo, animal-ambientalismo, diritti civili definiscono sempre più un’ideologia urbana aggressiva che manifesta una malcelata intolleranza per i villici, populisti, sovranisti (e, già che ci siamo, “fascisti”).
La dimensione popolare urbana pare dissolta tra la crisi dei ceti medi e popolari tradizionali, la diffusione del lavoro precario e di scarsa qualificazione, la multietnicità.
La realtà agricola e rurale, di fronte all’agenda neoliberale, al Green Deal, alla colonizzazione dello spazio rurale (parchi e rewilding, sfruttamento energetico, gentrificazione) assume una postura oppositiva. Potenzialmente, almeno. Tradurla in soggettività politica e agire organizzato è un altro paio di maniche.
2) I termini del conflitto si sono chiariti nel post pandemia
La pandemia ha favorito la polarizzazione. L’agenda neoliberale europeista ha mostrato il suo vero volto e il velo buonista che celava il carattere antipopolare e antirurale delle politiche green è caduto.
Prima della pandemia si registrava un ampio consenso (superficiale) su tematiche riguardanti il cibo, la produzione agricola, la biodiversità anche se vi erano ampi margini di ambiguità (vedi la politica dell’energia rinnovabile e la spinta alla dilatazione delle aree protette).
Dopo la pandemia è emersa la postura aggressiva del green deal e, quelle componenti della sinistra che si trastullavano con la sovranità alimentare, il km zero, i mercati contadini si sono riposizionate su un ambientalismo hard fatto di climatismo, rewilding, animalismo.
L’ambientalismo hard è in linea con le direttive delle strutture (fondazioni, Ong) dell’oligarchia finanziaria e con quegli indirizzi che la Commissione europea ha perseguito per decenni attraverso il finanziamento di progetti (tipo i LIFE) finalizzati ad allineare le istituzioni locali sulla propria linea e a rafforzare le organizzazioni ambientaliste.
3) La sconnessione tra terra e cibo e land grabbing
Dal km 0, si è passati, in nome delle emissioni, peccato mortale della produzione agricola e, soprattutto, zootecnica, alla terra 0, ovvero a quelle soluzioni, caldeggiate dall’avanguardia tecnocapitalista, che consentirebbero di produrre cibo senza disporre di una zolla di terra. Si va dalla produzione di larve di insetti, alle vertical farm dove l’insalatina è illuminata dai led, alla carne prodotta nei bioreattori da cellule staminali, al cibo assemblato utilizzando la CO2 dell’aria.
Il fallimento dei tentativi di passare dalle start up alla commercializzazione non deve rassicurare. Al capitalismo non basta sottomettere l’agricoltura, vuole recidere il rapporto tra uomo e terra, tra uomo e natura. Pertanto, di fronte agli insuccessi del neocibo, cercherà di minare sempre di più le basi della redditività agricola e di utilizzare forme coercitive
L’animal-ambientalismo ha il compito di sottrarre la terra alla produzione agricola, di sottrarre la terra all’allevamento di animali utili per l’uomo. La parola d’ordine è rewilding, restoring nature.
Il rewilding è perseguito attraverso l’espansione delle aree “protette”, dove le attività tradizionali sono ostacolate da mille vincoli (obiettivo il 50% di terre emerse trasformate in parchi entro il 2050), attraverso la reintroduzione di grandi predatori e di specie estinte destinate a trasformare l’ambiente e a sostituire gli erbivori domestici (castori, cavalli selvatici, bisonti, alci).
Risultato, fortemente auspicato, di queste politiche sarà il ritorno alle paludi (che furono bonificate non solo per aumentare le terre agricole ma anche per questioni igieniche), l’eliminazione della regimazione dei fiumi. Queste politiche non sono finalizzate solo a ridurre le superfici agricole al fine di aumentare la dipendenza dalle importazioni o dal neocibo ma anche a rendere inabitabile il territorio.
Il land grabbing è perseguito in modo diretto attraverso le speculazioni in materia di energie rinnovabili. Una normativa scellerata equipara i campi solari a opere di pubblica necessità. Oltre alla pressione economica, esercitata su produttori demoralizzati per i bassi prezzi e il peso della burocrazia si aggiunge la forza di un regime espropriativo (con l’ipocrisia dell’agrofotovoltaico).
4) Finanziarizzazione e passaggio di mano della proprietà della terra
In un progetto di riutilizzo del territorio che preveda “mani libere” la proprietà deve passare dalle aziende agricole famigliari alle società di capitali. L’indebolimento dell’agricoltura famigliare, in Italia come in Europa, porta alla diminuzione delle superfici coltivate ma anche al passaggio di proprietà da famiglie e società semplici a Srl.
Questa tendenza è stata accelerata dai fortissimi incentivi alle agroenergie che hanno spinto gli agricoltori a entrare in società con gruppi di investitori. Il tutto facilitato da una normativa che consente di equiparare le srl con una minima presenza societaria agricola agli imprenditori agricoli individuali.
Ancora marginale, ma da non sottovalutare, l’acquisizione di superfici da parte di organizzazioni ambientaliste per fini di “rinaturalizzazione”
Da un punto di vista pratico, i fortissimi vincoli imposti dai parchi all’attività agricola, zootecnica e forestale appaiono come una forma di esproprio strisciante esercitata anche a danno degli usi vivici. Le gravi limitazioni, unite all’assenza di politiche attive da parte dei parchi e all’aggravio, al loro interno, degli impatti della fauna selvatica, spingono all’abbandono.
5. La dimensione rurale di fronte alla prospettiva dell’eutanasia dei “borghi putridi”
La dimensione rurale è caratterizzata dalla ridotta dimensione delle attività economiche e dalla pluriattività. L’inarrestabile tendenza alla burocratizzazione, all’imposizione di norme, certificazioni, autorizzazioni, standard impone dei costi insostenibili per le piccole imprese dove il lavoro amministrativo assorbe una quota di tempo di lavoro insostenibile e si accentua il ricorso ai servizi di organizzazioni di categoria o professionisti. Vale per il settore agricolo, commerciale, artigianale.
I colpi inferti al piccolo commercio dalla politica di liberalizzazione sfrenata dei centri commerciali e dalla sudditanza alle multinazionali dell’e-commerce hanno privato i piccoli borghi dei centri di aggregazione. Per il turismo non si profila niente di meglio. Con il declino della motorizzazione privata le piccole attività turistiche sono destinate a morire. Resteranno il turismo d’èlite e quello naturalistico, un corpo estraneo nel tessuto rurale.
Le normative, come quella sulla montagna, rappresentano dei palliativi che incidono poco sul gravame della burocrazia. Va ricordato che i tentativi di distinguere un regime a parte per l’agricoltura contadina, che avrebbe introdotto una distinzione in base alla dimensione economica analoga a quella tra artigianato e industria, sono stati – nelle ultime legislature – tutti affossati dalle organizzazioni professionali agricole.
Oltre alla chiusura di scuole, sportelli bancari, presidi ospedalieri, alle politiche che penalizzano agricoltura e piccole attività extra-agricole, la tecnocrazia europea sta da tempo suggerendo di applicare una forma di “eutanasia” ai borghi “demograficamente compromessi”.
Anche in Italia, il piano strategico nazionale per le aree interne (PSNAI) della Presidenza del Consiglio dei ministri, pubblicato nel marzo 2025, prevede l’eutanasia sociale dei piccoli paesi. Staccare la spina significa garantire solo dei servizi assistenziali ma interrompere qualsiasi spesa e, tantomeno investimenti in altri servizi di pubblica utilità. Un totale appiattimento di chi si richiamava alla “destra sociale” all’ideologia neoliberale.
6. In balia della fauna
Il combinato disposto della legge 157 del 1992 (Protezione della fauna) e della 394 del 1991 (Aree protette), norme frutto di un’altra epoca storica, con condizioni ambientali completamente diverse da quelle attuali, ha aggravato in modo significativo – sommandosi alle ancor più anacronistiche leggi forestali – la vivibilità delle arre rurali.
Ai danni enormi alle colture da parte degli ungulati si sono aggiunti quelli, alla pastorizia e agli allevamenti estensivi, dei grandi predatori (non solo lupo). Da tempo gli incidenti, anche mortali, causati dai cervi e dai cinghiali sono all’ordine del giorno. Ultimamente si sono aggiunte le collisioni con i lupi, divenuti numerosissimi. La componente urbana, sempre più fanaticamente animalista, ha “democraticamente” imposto ai rurali la “convivenza” ricavandone vantaggi per sé. Risultato: oltre al danno economico vengono meno la fruizione del territorio e quelli che erano i vantaggi della ruralità; si ha paura ad andare nei boschi.
Ultimamente la situazione è precipitata, con i lupi che saltano dentro i giardini privati a sbranare cani e gatti, anche in zone suburbane presso i grandi centri.
Togliere vitalità economica allo spazio reale e renderlo selvaggio è finalizzato al depopolamento, alla concentrazione delle popolazioni nelle città dove il controllo è più facile e la dipendenza dalle reti di approvvigionamento alimentare e energetico totale.
7. Una realtà senza rappresentanza
Un tempo la campagna era, in opposizione alla realtà urbana, una realtà agricola, produttiva dove la gran parte della popolazione traeva sostentamento dal lavoro dei campi (integrato da emigrazione, artigianato domestico, piccoli commerci). Nel dopoguerra la Coldiretti poteva, senza troppo esagerare, sostenere di rappresentare il mondo rurale. Oggi l’equivalenza tra agricolo e rurale non esiste più.
Le organizzazioni agricole, in qualche modo, pretendono di rappresentare il mondo rurale ma rappresentano, semmai, gli agricoltori più grossi. Per lo più rappresentano sé stesse, i propri apparati che traggono vantaggi dall’erogazione di servizi ai quali i produttori agricoli devono ricorrere in forza della burocratizzazione; sono anche legate a interessi agroalimentari e industriali (ai tempi con la Federconsorzi, oggi e ai tentativi di ricostituirla).
Le organizzazioni agricole cercano puntigliosamente di penalizzare i produttori più piccoli, part time, pensionati escludendoli da ogni misura di sostegno anche quando incentiverebbe la manutenzione dello spazio rurale.
A fronte dei potenti interessi che sono desiderosi di mettere le mani sullo spazio rurale, la ruralità non può mettere in campo che gli amministratori locali ma, molto spesso, questi ultimi, legati alle clientele locali, preferiscono rinunciare a difendere il territorio per essere cooptati in enti come i Parchi o a fronte di vantaggi personali per sé e le proprie cerchie.
Tra i portatori di interessi rurali, agricoltori, cacciatori e altre categorie che operano in ambito rurale o ne fruiscono, non c’è coordinamento. Una circostanza che segna la debolezza della realtà rurale a fronte della capacità del mondo ambientalista di creare reti tra le tante organizzazioni, le istituzioni locali, i parchi, le università. Ne consegue che progetti e decisioni vanno nella direzione contraria agli interessi rurali.
8. La realtà rurale come elemento di opposizione all’agenda neoliberale
Quanto più l’ideologia ambientalista si disvela funzionale al progetto capitalista di controllo dello spazio rurale, quanto più si chiarisce il progetto di pulizia etnica degli spazi rurali, tanto più le questioni dell’autoproduzione di cibo ed energia, del controllo della fauna, della gestione tecnocratica dei parchi assumono chiara e forte valenza politica.
L’animal-ambientalismo è l’ideologia che mobilita una base di massa (sia pure circoscritta agli ambienti di cultura urbana, semicolti, socialmente garantiti in ruolo subalterni) a sostegno delle politiche neoliberali in materia di ambiente e agricoltura.
La postura aggressiva dell’ideologia e delle politiche animal-ambientaliste (“dovete mangiare insetti”, “non dovete possedere un’automobile”) che arriva anche a forme di intolleranza religiosa (“mangiare carne è un peccato contro il clima”, ”la legna inquina”), all’esaltazione dell’abbandono rurale e il tifo per gli animali che mettono in difficoltà chi vive in campagna, costringono a prendere coscienza di un conflitto esistenziale e, potenzialmente, mettono in atto un processo di attivazione politica.
Nel conflitto urbano-rurale una parte dei ceti urbani meno indottrinati, attenti ai valori dell’alimentazione, timorosi delle ripercussioni delle politiche green sulla casa e la mobilità privata, indispettiti dalla prospettiva di non poter più esercitare attività sportive e ricreative in una “natura restaurata” e di veder scomparire osterie, trattorie, locande soppiantate da strutture di lusso per l’élite immerse nella wilderness.
9. Dimensione sociale o politica?
L’opposizione rurale alle politiche neoliberali ha i contorni di un movimento sociale allo stato nascente. È un movimento eterogeneo e frammentato che sconta il complesso di inferiorità che la cultura dominante italiana ha impresso alla ruralità. Quando, però, i variegati soggetti che lo compongono, percepiscono che è in atto un attacco concreto a un modo di vita che accomuna i rurali, si aprono possibilità di aggregazione.
In questo senso neorurali e veterorurali, superata la diffidenza reciproca grazie a battaglie comuni, possono contribuire a ridare vitalità a un mondo che può, per la prima volta in Italia, rivendicare la propria identità e, porsi come riferimento di un movimento di resistenza più ampio che desidera reagire alle forme di degenerazione ideologica urbane: woke, antispecismo, transumanesimo.
Se, tutto questo, dovrà avere una sua espressione politica va tenuto presente che, per non perdere la sua originalità essa non potrà sovrapporsi e subordinare la dimensione sociale del movimento. La distinzione tra le sfere, dell’economico, del sociale, del sindacale, del politico è un’invenzione urbana, borghese.

Rispondi