Lupi, yak e… bufale

In Alpago (Belluno) la difesa dal lupo assume toni grotteschi che mettono in luce come ci sia una pesante responsabilità omissiva della Regione Veneto nel non voler attivare la procedura per gli abbattimenti in deroga anche se vi sono tutte le condizioni: lupi numerosi e aggressivi, adozione di misure di difesa parossistiche. Anche gli yak, millantati quali “armi anti lupo”, sono vittime dei predatori.

(25/02/2024) Chies d’Alpago (Belluno). Dovevano essere i difensori delle pecore, ma, a quanto pare, gli yak possono essere a loro volta vittime del lupo. E’ l’amministrazione comunale che ha diffuso la notizia con una nota diffusa ieri, dopo che un fotografo aveva pubblicato l’immagine del corpo senza vita dell’animale davanti alla casera Antander a oltre 1300 m di quota. La foto risale a metà gennaio.

Parrebbe una notizia poco rilevante in un panorama di predazioni che riguarda ogni anno molte migliaia di capi. I dati ufficiali più recenti, elaborati dall’Ispra, parlano di 45 mila capi predati tra il 2015 e il 2019 (lo stesso tempismo della Francia che, all’inizio dell’anno, comunica il dato di quello precedente). Sappiamo, peraltro, che in Italia, per una serie di ragioni, le predazioni non denunciate sono moltissime, in termini di episodi senz’altro di più di quelli denunciati perché, per perdite di pochi capi ovicaprini, gli allevatori preferiscono evitare gli adempimenti connessi alla denuncia, disincentivati anche dai ritardi negli indennizzi e dalle regole restrittive applicate dalle regioni (mancato rimborso dei costi di smaltimento, non riconoscimento del danno se non imputabile con certezza al lupo, esclusione dei capi dispersi). Ancora di più pesano il timore di controlli che potrebbero rilevare qualche irregolarità (facile anche per chi è in buona fede con le tante complicazioni burocratiche) e la prospettiva di perdere i contributi legati alla Pac per venir meno del carico animale. Cosa può contare allora la predazione di uno yak?

Il punto è che, all’operazione yak, in Alpago è stato dato un grande rilievo dal momento che ha coinvolto Rheinold Messner. Lo scalatore si è ritrovato con un numero eccessivo di yak nel suo allevamento e, non volendoli macellare, ne ha trasferiti sette in Alpago a rinforzare la mandria già presente. Gli yak in Alpago c’erano già. Era stata una trovata, risalente al 2009, di Luca Zaia che puntava a mantenere il paesaggio e ad attirare i turisti con un animale esotico. In realtà, anche se lo yak si alimenta senza problemi tutto l’anno in montagna vi sono dei dubbi sulla sua capacità di mantenimento della cotica erbosa se lasciato brado in stagioni nelle quali il pascolo non è mai stato praticato sulle Alpi.

Una difesa del gregge al di fuori di ogni logica economica

Ammesso che gli yak abbiano un “costo zero” (si accontentano di quello che trovano sul pascolo in ogni stagione e forniscono qualche capo per il macello ogni anno), oltre a un gruppo di una trentina di yak “scaccia lupi” (?), l’allevatore di malga Illasi è dotato di trenta cani maremmani (sì, avete letto bene) per la custodia di 600 pecore, uno ogni venti ovini. Questo numero esorbitante è legato alla necessità di sfruttare i pascoli dividendo il gregge in gruppi più piccoli. In più è impiegato del personale che, durante la stagione di pascolo delle pecore, dorme in una roulotte vicino agli ovini. Difese da sistemi di doppie recinzioni, custodite da personale h24, difese da un maremmano e da uno yak ogni venti capi le pecore della malga Illasi non subiscono predazioni. Ma a che prezzo? E i lupi cosa fanno? Vanno dove, pur con cani e reti la protezione è meno militare. La pecora alpagota, razza in via di estinzione locale è forse la più falcidiata d’Itala, nonostante l’enorme impegno degli allevatori per difenderla da lupi sempre più spavaldi (quest’inverno si sono visti ripetutamente negli abitati).

Le perdite assommano a 700 capi in questi anni, su una popolazione che si colloca ora sulle 2000 unità (aveva raggiunto un massimo di 2500 prima che i lupi imperversassero). Considerato che tutti i tutti mezzi di protezione sono ampiamente messi in campo (oltre ai cani i “cornuti” yak), l’arcigna Ispra, per quanto arroccata alla rigida difesa di una specie che sta dilagando ovunque, non lesinerebbe un parere positivo all’abbattimento di qualche lupo dell’Alpago. Non avrebbe difficoltà a presentarla quale situazione “eccezionale” mettendo anche a tacere i lupisti, tranne i più svitati. E allora perché non succede nulla? Perché Zaia, il doge, non si assumerà mai l’iniziativa, da animalista quale è. E non consentirà a nessun assessore di farlo. Per fortuna il terzo mandato appare lontano.

E allora la si pianti con tutti gli assurdi “metodi ecologici” architettati per salvare capre e cavoli (prede e predatori): i collari al peperoncino, al feromone, agli ultrasuoni, elettrificati, a quelle idee costosissime che presupporrebbero la cattura e il radiocollaraggio di un sacco di lupi e l’installazione di barriere e avvisatori elettronici (utili solo se poi c’è lì qualcuno a sparare in aria o tirare una pallottola di gomma sulle chiappe dei lupi). C’è un solo metodo che funziona e che è economicamente sostenibile.

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