Il robot-cane inguaia Caner (e la Regione Veneto)

I professori di Padova, per non essere travolti anch’essi dalla polemica e dal discredito, ridimensionano le funzioni del cane robot (che non esiste) e riconducono il tutto a sperimentazione accademica ancora da definire. Smentiscono Veneto Agricoltura che presentava il cane come strumento già individuato per il pattugliamento e all’ispezione dei recinti decantando le straordinarie capacità intimidatorie del mezzo mobile (luci, 50 suoni diversi, ringhi, pattugliamento autonomo della recinzione per verificarne l’integrità). Il cerino resta in mano a Caner, ma anche la Regione Veneto ne esce screditata: gli allevatori hanno capito che è pronta a vendere qualsiasi fantasia tecnologica (c’erano già stati i collari a feromoni, la telemetria proattiva) pur di rimandare il più possibile il controllo (con abbattimenti) del lupo.

Il direttore di Veneto Agricoltura, Federico Caner, già assessore regionale, è in evidente difficoltà sul dossier cane robot. Un progetto palesemente assurdo per ragioni tecniche ed economiche sul quale hanno sparato a zero non solo i “ribelli rurali” (noi dell’Associazione per la tutela dell’ambiente e della vita rurali, ma anche il consigliere regionale Stefano Valdegamberi (esponente storico della regione dove è stato assessore ed è stato eletto consigliere sin dal 2005), la presodente di Confavi, la presidente di CONFAVI (Confederazione delle Associazioni Venatorie) Giulia Sottoriva e Dino Panozzo, allevatore e per anni dirigente di Coldiretti. Gli allevatori ridono e Veneto Agricoltura e la Regione Veneto (della quale Veneto Agricoltura è emanazione) perdono credibilità. Ormai l’hanno capito tutti che pur di non dover abbattere un solo lupo, dalle parti della Regione Veneto, dove prevale il sentimento animalista (o la paura degli animalisti) farebbero carte false. E cosa di meglio, in un’epoca di mitologie tecnologiche, che proporre fumose soluzioni high-tech? Peccato che così ci si copre di ridicolo. Ha venduto come soluzione in fase di sperimentazione qualcosa di là da venire . Non esiste ancora nessun cane robot. Né Spot (prestazioni del tutto superate), né B2, altro “candidato”. Il “fusto” cinese surclassa da ogni punto di vista l’americano, ma c’è un però: programmare algoritmi di IA su piattaforme occidentali risponde a standard accademici e di cyber-sicurezza comunitari, anche a scapito delle mere prestazioni meccaniche del mezzo; farlo su piattaforme cinesi è a rischio (e un’istituzione universitaria non può permetterselo).

C’è di più: non è escluso che per la sperimentazione (quando?, come?) si scarti del tutto l’idea dei cani robot e si utilizzi un mezzo cingolato made in Italy. Quello del cane robot è solo un ridicolo bluff di Veneto Agricoltura per giustificare l’inerzia nell’avviare il piano di contenimento dei lupi (se la fanno addosso al solo pensiero delle reazioni animaliste al primo lupo “sparato”. Qualcuno (gente maliziosa) potrebbe pensare che sono un po’ imbroglioncelli e un vigliacchetti. Ma solo gente cattiva.

Un robot quadrupede giallo in un ambiente naturale con alberi e rocce sullo sfondo.
Spot: autonomia ridicola, velocità ridicola, carica solo 14 kg
Un robot a forma di cane con quattro zampe, posizionato su un prato verde, dotato di una telecamera sulla schiena.
Il miglior cane robot, il cinese Unitree B2

La pesantissima polemica sul cane robot sta travolgendo il progetto; e, così, Caner è verosimile che sia dovuto correre ai ripari e chiedere ai professori dell’Università di Padova che lo seguono di tentare di difenderlo. I media veneti, anche l’Ansa, hanno ripreso compatti e numerosi la “notizia”. Come spesso succede vi è una profonda asimmetria comunicativa: la critica è stata riferita da pochissime testate, la “velina” di replica del potere, sia pure il “poterino” regionale da molte e più diffuse. Non ci scandalizziamo. Ma la “velina” è una toppa peggio del buco. Inoltre, non c’è la minima trasparenza: il costo del cane robot continua a cambiare, pure le sue “funzioni”. Non è stato dichiarato nemmeno il modello. Cos’è un segreto di stato? No: semplicemente il cane robot come già detto non esiste e forse non esisterà mai. E’ stato venduto da Veneto Agricoltura come una soluzione quando forse non se ne farà nulla.

Riassumiamo i fatti: con la DGR n. 1451 del 3 dicembre 2024 la Giunta regionale del Veneto ha finanziato con 105.803 euro una tranche del progetto Heimat, lupo e malghe in Veneto, realizzato con il Centro Levi Cases dell’Università di Padova, per sperimentare sistemi mobili di dissuasione a basso consumo e utilizzando tecnologie ottiche, sonore ed elettromagnetiche. Attenzione “sistemi mobili” non “cani robot”. Quindi potrebbe anche trattarsi di un rover con sopra una centrale spaventa lupi. Più un drone terrestre stile ucraino che un cane robot.

Il progetto del cane robot è stato svelato inizialmente da Gianluca Fregolent (dirigente di Veneto Agricoltura) in un convegno della CIA a Longarone qualche settimana fa. La presentazione faceva esplicito riferimento al pattugliamento e all’ispezione dei recinti. L’accento era stato posto sulle straordinarie capacità intimidatorie del mezzo mobile (luci, 50 suoni diversi, ringhi, pattugliamento autonomo della recinzione per verificarne l’integrità). Veniva percepito ed esposto come una “sentinella tecnologica semovente” autonoma. Con compiti ben definiti:

Pattugliamento perimetrale: Il robot è pensato per muoversi autonomamente lungo i confini dei pascoli e delle aziende zootecniche per monitorare la sicurezza delle mandrie e delle greggi.

Ispezione e monitoraggio dei recinti: Grazie a sensori termici e visivi avanzati, la macchina ha il compito di rilevare l’avvicinamento di predatori (come i lupi) o altri elementi di disturbo in prossimità delle recinzioni.

Dissuasione attiva: Una volta captata un’intrusione vicino al recinto, il cane robot dovrebbe attivare sistemi di deterrenza non letali integrati, come luci stroboscopiche, ultrasuoni o segnali acustici, per allontanare il predatore senza fargli del male.

Tutta fuffa. Quando gli allevatori e gli esperti hanno fatto notare l’assurdità di questa applicazione, vuoi per il consumo energetico (sono aggeggi da 400 a 1000 kw), i limiti di batteria (che dura, nel caso dell’americano, 90 minuti se il robot si muove in piano, meno se fa sforzo in salita e attiva i sensori) e l’inefficacia contro un predatore agile, la difesa del progetto si è spostata su binari accademici (la sperimentazione fine a sé stessa e ancora nebulosa).

Oggi l’Università di Padova e i promotori sottolineano che si tratta di un “progetto di ricerca sperimentale” volto principalmente a studiare in ambiente controllato la reazione dei lupi agli stimoli artificiali. Il robot, da soluzione immediata per le malghe, è stato declassato a qualcosa che, forse, si sperimenterà in una seconda fase. Nei fatti dal cane robot, quasi sostituto dei cani pastore, si è passati a parlare di una generica piattaforma mobile per un test scientifico. Stiamo sul generico che è meglio.

I cani robot nascono per muoversi in cantieri, fabbriche o gallerie. In alta montagna, con erba alta, pendenze superiori ai 30° e soprattutto con il fango pesante causato dalla pioggia, il robot rischia il blocco dei sensori di profondità, lo slittamento o l’immobilizzazione. I professori padovani ne sono consapevoli e, tenendo conto della pedologia della montagna veneta una delle opzioni sul tavolo della ricerca valuta l’abbandono del suggestivo quadrupede in favore di un vettore cingolato o a ruote artigliate, progettato ad hoc in Italia per l’agricoltura di precisione montana.

A fronte dei pesanti limiti di autonomia delle batterie poi è stata “girata la frittata”. Il cane robot, per la maggior parte del tempo dovrebbe stazionare presso una “stazione”, una baita con il tetto coperto da pannelli solari e dotata di batterie di accumulo e consumare poca energia. Si muoverebbe con il suo “terrificante” apparato di dissuasione: raggi laser, luci stroboscopiche, ultrasuoni (anche questi “accessori” sono presentati in modo ogni volta diverso, segno di grande imbarazzo e di confusione di idee) solo dopo che una rete di sensori fissi, distribuita lungo il perimetro della recinzione, addestrata dalla IA a riconoscere il lupo, lanciarebbe l’allarme. Allora il “cane” partirebbe dalla sua postazione e andrebbe a terrorizzare i lupi (quali? se c’è un branco che può muoversi in modo coordinato ma a distanza). In montagna, quando piove a lungo vi sono ristagni, il terreno, come già osservato, diventa fangoso, specie intorno alle baite. Specie se si staziona tutta la stagione in una sola baita come da progetto. Il cane robot o si impantanerebbe o, comunque… arriverebbe in ritardo.

I lupi corrono in fase di attacco a velocità che arrivano ai 60-70 km/h, il cane robot Spot Boston Dynamics, al massimo, “corre” a 5,7 km/h (ma solo in condizioni ideali in piano). Quello Unitree B2 cinese è molto più veloce e viaggia a 20 km/h ha un’autonomia di 5 h con carico e in movimento. E’ anche garantito contro acqua e polvere e supera i gradini. Sicuramente più agile dell’americano bisogna vedere come se la cava nel fango. E’ però più costoso. Come si vede dal catalogo. La versione “base” per la navigazione autonoma costa 88.000 dollari. Con i sensori, pacchi batterie supplementari supera il budget di Veneto Agricoltura. Ma abbiamo già detto che per ragioni di cyber sicurezza è impossibile che un’università europea adotti un robot cinese.

Robot quadrupede B2 Kit con batteria e kit di navigazione B2, peso di circa 60 kg, capacità di camminare senza carico per oltre 20 km e in grado di salire scale alte 40 cm.

B2, sulla carta, andrebbe bene dal punto di vista del pesante carico che i ricercatori padovani vorrebbero imporgli. Sì perché l’idea è forse (è tutto vago) mettergli in groppa “Remo”, la centrale spaventa lupi. Forse perché ne sono state dette di ogni sui sensori che il fantomatico cane robot dovrebbe montare.

Un dispositivo dotato di pannelli solari situato in un'area boschiva con alberi e vegetazione.
“Remo”: la centrale spaventa lupi che si vorrebbe piazzare intorno alle recinzioni

Ma poi: quante centinaia di migliaia di euro servono per le centraline “tipo Remo”, i pannelli solari, le batterie di accumulo, i cani robot? Replicabilità: zero. Fuffa? 100%

Gli ingegneri di Padova forse non sanno (bastava chiedere agli agronomi) che la gestione delle malghe alpine si basa sulla rotazione dei recinti per motivi igienici (trasmissione e accumulo di parassiti se la mandratura avviene sempre nelle stesse aree) e di rigenerazione del cotico erboso. Replichiamo tutto il cinema per più stazioni d’alpeggio?

Ma poi un sistema che richiede centraline spaventa lupi, una stazione di ricarica fissa coperta con i tetti coperti di pannelli fotovoltaici per caricare i cani robot è, – a prescindere dall’assurdità economica – per definizione, rigido e non replicabile nella stragrande maggioranza dei contesti d’alpeggio dove non ci sono sempre baite da trasformare in centrali tecnologiche. Le pecore utilizzano spesso le parti più alte delle montagna dove non è possibile l’accesso con automezzi che possano trasportare tutto quel materiale. Comodo sperimentare in un altopiano. Ma poi? Nelle malghe di tutta la montagna veneta cosa facciamo? E’ gente fuori dalla realtà.

Concludendo, l’idea, per quanto inapplicabile con le tecnologie attualmente disponibili, avrebbe senso solo tenendo le pecore ferme tutta la stagione in un bunker tecnologico frutto delle fantasie di VENETO AGRICOLTURA e dell’UNIVERSITA’ DI PADOVA. Si sono infilati in una situazione dove non ne possono uscire senza essere coperti di ridicolo. Qui l’unica è segnalare alla Corte dei Conti lo sperpero di denaro pubblico per “giochi tecnologici” senza alcuna possibilità applicativa. E agli allevatori non rimane che aprire gli occhi e convincersi che la Regione Veneto li sta prendendo in giro.


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