Il Trentino come cavia. Perché gli orsi.

Quando l’ente politico-amministrativo è una pallida appendice di un network economico

Il tema della perdita di autonomia della politica è ampiamente trattato dalla sociologia e dalla politologia. Gli stati hanno perso potere a vantaggio di entità sovranazionali, dei trattati internazionali, delle multinazionali (che hanno spesso fatturati maggiori di loro), dalle grandi Ong, dalle grandi fondazioni, dai panel tecnocratici degli esperti, da una serie di organismi di concertazione che, invece che allargare la partecipazione, restringono l’ambito di sovranità della politica. Con il risultato che le élite, in grado di operare attraverso tutte queste articolazioni della governance, hanno acquisito sempre più influenza a scapito di quegli strati sociali subalterni che, per un certo periodo, attraverso le istituzioni politiche elettive avevano potuto acquisire una certa influenza sui processi decisionali. In questo quadro il caso della Provincia autonoma di Trento si presenta particolarmente adatto a dimostrare come la politica, i politici eletti abbiano perso quasi del tutto il potere di incidere sulle scelte socialmente rilevanti.

Il caso del “grande fratello”: un tentativo spregiudicato di esperimento sociale di sorveglianza globale

Partiamo da un progetto allucinante: Il progetto “Grande Fratello” che, a Trento, ha rappresentato il tentativo di sperimentare in una città cavia i progetti di ricerca europei di videosorveglianza e intelligenza artificiale Marvel, Protector e Precrisis. Iniziato nel 2021 il progetto sperimentale era spinto dalla giunta “democratica” di sinistra (quelli che parlano di “deriva securitaria”) e consisteva nel piazzare in cinque piazze una serie di telecamere e di microfoni per spiare i cittadini e origliare i loro discorsi con il pretesto di “prevenire fatti criminosi”. Troppo avanti rispetto ai tempi, il progetto è stato bocciato ufficialmente dal Garante per la protezione dei dati personali a gennaio 2024 (il comune garantiva che la privacy era garantita!). L’autorità ha sanzionato il Comune di Trento per trattamento illecito dei dati. Resta il fatto che una maggioranza del comune di una città importante ha sottoposto i propri cittadini a un simile esperimento distopico. E i cittadini non si sono ribellati a un potere che, dal principe vescovo ai tempi d’oro della DC non si mette in discussione. Invece, nel caso di Life Ursus non c’è stato nessun garante dei diritti dei cittadini a bloccare il progetto. Eppure sono in gioco libertà economica e personale, la possibilità o meno di fruire la montagna e i boschi (ma anche una ciclabile di fondovalle). Con Life Ursus è in gioco la sperimentazione di un modello di esproprio del territorio, di uso cinico degli animali selvatici pericolosi per cambiare la vita delle persone, per condizionare e limitare la mobilità, le attività, per imporre una fruizione controllata, condizionata, regolata del territorio che, da spazio delle comunità, diviene “proprietà di un grande ente parco naturale, il nuovo Signore, il nuovo Principe. Per capire come è possibile che si sia potuti arrivare al “Grande Fratello” (e, in ambito green/rewilding, a Life Ursus) bisogna partire dalla struttura politico-socio-economica del Trentino. Come dal controllo sociale esercitato dalla Chiesa, dalla Dc, dalla coop, dalla cassa rurale si sia passati al “sistema provincia” che più che consenso produce passività.

Una ragnatela di interessi economici

La Provincia di Trento (dai trentini chiamata, con un misto di affetto e di dispetto per l’eccessiva influenza, “mamma provincia”) grazie al ruolo assegnato dallo statuto di autonomia in ambito economico ha messo in piedi nel tempo un insieme di strumenti di intervento nell’economia che fanno della galassia delle Spa provinciali e delle Fondazioni un attore strategico di primo piano senza riscontri nelle altre regioni. Qui non ci interessa parlare della sanità, delle strade, della partecipazione nell’Autostrada del Brennero, dei servizi ambientali e altre attività che sono svolte da tutte le regioni. Ci interessa evidenziare come la Provincia di Trento controlli (sulla carta, perché, di fatto, il controllo è in senso inverso) degli enti che non hanno corrispettivo in altre regioni o che, laddove lo hanno, assumono in Trentino una dimensione che non ha confronto rispetto ai soggetti analoghi delle altre regioni. La quantità determina la qualità. E ciò vale tanto più il peso dell’iniziativa pubblica pesa in termini relativi sull’economia complessiva in un contesto di frammentazione (le grandi imprese occupano in Trentino solo il 10% della forza lavoro contro il 33% della Lombardia e il 20,4 del Veneto) . Le possibilità di dirigere l’economia provinciale, oltre che sul peso delle società della provincia e delle loro partecipate è dato dal forte nesso tra il sistema provincia e quello della cooperazione che, in Trentino ha un peso specifico elevato (300.000 soci su 550 mila abitanti, 15% dell’occupazione, 13,3% del Pil da confrontare con l’8% del Veneto e il 3% della Lombardia). Al di là di queste percentuali è la ridotta dimensione assoluta dell’economia provinciale che tende ad esaltare l’intervento pubblico e facilita il ruolo di una cupola ristretta alla governance del sistema.

Un orientamento ipertecnologico che rischia di produrre una bolla

Va riconosciuto che, mentre la Sicilia, la Sardegna, la Valle d’Aosta hanno in prevalenza utilizzato l’autonomia per creare posti di lavoro e prebende clientelari, a Trento l’intervento pubblico è stato in certi settori effettivamente di stimolo all’economia e alla modernizzazione. In reazione al ritardo nello sviluppo di cui ha sofferto il Trentino sino agli anni ’70, la classe dirigente (un tempo meglio riconoscibile e con la politica in ruolo trainante) aveva puntato su una modernizzazione spinta, sull’introduzione di una cultura e un’ideologia manageriale, efficientista che è stata applicata in modo meccanico anche a realtà nelle quali altri approcci risultano più efficaci. Così si sono lasciati indietro ampi comparti della realtà agricola che, con approcci diversi – vedi Alto Adige – hanno potuto trovare nuovi equilibri. Innanzitutto senza subire la falcidia che hanno subito in Trentino i piccoli allevamenti e le piccole latterie sacrificate all’ideologia industrialista delle economie di scala e della centralizzazione inseguendo meccanicamente i modelli della pianura e dell’industria.

Oggi l’agricoltura trentina è lanciata verso la digitalizzazione, la robotica, l’uso estensivo di sensori. Non è chiaro sino a che punto ci sia il desiderio di sostenerla o di dare sbocchi a servizi di consulenza, piattaforme tecnologiche, laboratori, start-up, tutte realtà “spinte” spasmodicamente a tutti i costi dal sistema provincia in una sorta di cortocircuito. Appare evidente che non sempre l’ipermodernismo tecnologico e la ricerca di innovazione significano sviluppo della società ed efficacia degli investimenti, sostenibilità a lungo termine. Il mito degli spin off, delle start-up, del crowd funding (che attraversa l’ecosistema dell’economia parapubblica trentina) ha dimostrato ampiamente il suo carattere di bolla con l’elevata mortalità delle iniziative “smart”. Lo sbandieramento dello sviluppo di tecnologie d’avanguardia e di idee strabilianti finisce per essere uno specchietto per le allodole e coprire i passivi cronici, prodromo di fallimenti. Non molto diverso dal pagare stipendi per i forestali inutili. Più elegante certo, più smart, ma pur sempre uno schema al limite della truffa o, comunque, dell’azzardo.

Quando c’è un bancomat garantito…

Nel caso del Trentino, i finanziamenti (anche quelli a forte rischio) sono di “mamma provincia” e i meccanismi di mercato non fanno da freno, neppure le espressioni dei settori sociali ed economici perché in un sistema dirigistico e tecnocratico questi contrappesi non esistono o hanno una forza limitatissima, sono asfittici. La provincia è un Bancomat al quale, a cascata, i soggetti direttamente partecipati e quelli della ragnatela delle partecipazioni attingono. Anche al di là delle degenerazioni (le bolle delle start up e della IA) è abbastanza evidente che si è messo in piedi un sistema che sfugge facilmente di mano e che si presta ad essere strumentalizzato dagli interessi privati (trentini e internazionali). Infatti tutto il sistema di società e iniziative controllate per il trasferimento dell’innovazione tecnologica è finalizzato all’acquisizione dei prodotti del segmento Ricerca e sviluppo dell’ecosistema da parte di altri soggetti ad esso interni o collegati attraverso vasi comunicanti in uno schema che non garantisce la rispondenza delle innovazioni alle reali esigenze delle aziende e della società.

Il sospetto che molta ricerca e sviluppo siano fine a sé stessa o al servizio di soggetti esterni al territorio è lecito. Il Trentino, con il suo ecosistema di economia “mista” è un docile, comodo “banco di prova”; controllando poche leve lo si fa lavorare al servizio di progetti le cui ricadute sul territorio sono tutte da dimostrare. Ci guadagna il Trentino a partecipare a certi progetti internazionali o altri soggetti? Per lo più finanziato da pantalone (“mamma provincia”), che ci mette strutture, personale, liquidità, in misura senza confronti con altre realtà italiane ed europee il sistema è “interessante” per chi intende sfruttarlo. E in un sistema reticolare e a partecipazioni incrociate e aporte girevoli il controllo è difficile perché, con forti sovrapposizioni di ruoli, controllori e controllati coincidono e il tutto gode di ampia autoreferenzialità.

Una governance tecnocratica

L’ecosistema dell’economia pubblica e parapubblica trentina è retto da una governance tecnocratica espressione di interessi privati forti rispetto alla quale la Provincia è priva di strumenti reali di controllo mancando di adeguate competenze e perché del tutto subalterna alla cultura tecnocratica diffusa dagli enti dei quali dovrebbe essere espressione ai quali dovrebbe date le direttive e sulla base della quale forma (a proprie spese) i propri manager. Pur disponendo la provincia (sulla carta) di un enorme potere di nomina di innumerevoli posizioni (con le relative prebende), i nominabili sono, per via degli intrecci, sempre espressione dello stesso milieu.

Le società della provincia di Trento al 100% sono numerose: Trentino sviluppo, Trentino marketing, Trentino trasporti, Trentino Digitale, Patrimonio del Trentino (soc. immobiliare), Trentino school of management. La provincia è un vero e proprio gruppo (SGP, Società gruppo provincia). Poi ci sono le Fondazioni (alcune delle vere e proprie corazzate). Poi ci sono le partecipate con quote.

Il ruolo strategico nell’economia trentina si esercita attraverso le partecipazioni. Trentino sviluppo è la più importante delle società della provincia. E’ capo di una ragnatela di partecipazioni. Ha la maggioranza relativa (33,3%) di Dolomiti energia trading spa e Dolomiti energia. Le prime due società del Trentino con 2,7 miliardi di fatturato, seguite a distanza dalle Acciaierie venete (acciaieria di Borgo Valsugana) con un miliardo di fatturato. Queste tre sono le uniche imprese con oltre un miliardo di fatturato.

Trentino sviluppo ha un patrimonio di 1,2 miliardi e una raffica di partecipazioni (ben 35). Si tratta in molti casi di società che gestiscono impianti sciistici (le maggiori in attivo, le piccole in passivo) così da ottenere il consenso dei comprensori turistici ma anche società di promozione turistica (Trentino marketing al 100% controllata da Trentino sviluppo), società di bioingegneria, di telemedicina, di biomedicali, società che sostengono campagne di crowd funding a favore di start up.

Tra le tante partecipate di Trentino sviluppo vi è Trentino invest. Trentino Invest una società mista pubblico-privata fondata nel 2012 che punta al finanziamento di start up acquisendo anche quote di piccole e medie imprese innovative. Altri soci sono ISA -Istituto Atesino di Sviluppo S.p.A.: un operatore finanziario privato. La Finanziaria Trentina S.p.A.: società finanziaria, Fincoop Trentina S.p.A.: finanziaria del mondo cooperativo, Fondazione Caritro: fondazione di origine bancaria attiva in regione. Agriduemila S.r.l.: che opera nel settore agricolo e di consulenza (socio unico il Consorzio difesa produttori agricoli trentini, ente assicurativo del sistema cooperativo). La provincia da qualche tempo ha eliminato le partecipazioni in istituti bancari ma, il nesso con il sistema finanzia, credito, assicurazioni è rimasto saldo attraverso le partecipate.

Trentino sviluppo partecipa anche a una fondazione: Hub Innovazione Trentino (HIT) che promuove la ricerca il trasferimento tecnologico I suoi soci fondatori sono l’Università di Trento, la Fondazione Bruno Kessler (100% della provincia), la Fondazione Edmund Mach (100% della provincia). HIT si occupa anche di innovazione digitale e della partecipazione del Trentino a progetti strategici di ricerca e reti europee. La provincia nomina il presidente, attualmente Fausto Manzana, rappresentante della provincia, è l’ex presidente di Confindustria.

La Trentino school of management è una società con socio di maggioranza la provincia e la partecipazione dell’Università di Trento e della Regione Trentino-Alto Adige, l’attuale direttore era in precedenza il direttore della Fondazione Edmund Mach, il presidente un avvocato docente a contratto della Facoltà di giurisprudenza dell’Università di Trento.

Potenti fondazioni

La Fondazione Edmund Mach. Ente di ricerca, trasferimento tecnologico, formazione consulenza in campo agricolo, agroalimentare, ambientale al 100% , della provincia. Ha una forza di 662 dipendenti. Fortemente orientato alle biotecnologie e all’agricoltura digitale ha da parecchio tempo trascurato il settore zootecnico. Già negli anni ’90 considerava le malghe un sistema del passato (almeno per il ruolo di produzione casearia). Da tempo punta alla ricerca di punta, quella dei laboratori biotech e persegue un approccio orientato fortemente alla tecnologie innovative e all’ambientalismo (il culto della biodiversità, della sostenibilità e altri must ideologici) a tutto danno della dimensione sociale dell’agricoltura.

La Fondazione Bruno Kessler (FBK) è un poderoso ente di ricerca della Provincia autonoma di Trento (100%) che opera nel campo scientifico tecnologico ma anche umanistico. Il bilancio supera i 100 milioni. Se si considerano i campi di intervento della Fondazione troviamo applicazioni della IA alla salute, Intelligenza aumentata, sensori e dispositivi integrati avanzati, robotica, metodi di epidemiologia quantitativa per rafforzare la sorveglianza epidemiologica, tecnologie digitali innovative, tecnologie digitali per l’industria ma comprende anche Centro Europeo per studi Teorici in Fisica Nucleare e Settori Collegati, Istituto storico italo-germanico, Centro per le scienze religiose, Istituto per la Ricerca Valutativa sulle Politiche Pubbliche. Alla Kessler lavorano ben 450 ricercatori dipendenti e 70 ospiti stranieri. Ospita inoltre la Scuola di Formazione Specifica in Medicina Generale, patrocinata e finanziata dalla Provincia Autonoma di Trento.

Il Festival dell’economia

l Festival dell’Economia di Trento è finanziato e promosso principalmente dalla provincia tramite Trentino marketing e, in minor misura, dall’Università di Trento e dal Comune di Trento. I partner principali che partecipano attivamente all’organizzazione e forniscono i contenuti sono l’Università di Trento e il Sole 24 ore (Confindustria). La provincia fa il Bancomat. I relatori del Festival di Trento sono spesso gli stessi del World Economic Forum di Davos, i temi trattati sono gli stessi. E’ considerato una succursale del WEF, un “WEF popolare”. Diffonde l’ideologia del WEF e favorisce relazioni tra l’ecosistema economico trentino e ambienti internazionali. Non certo paritetici. E’ patetico che una giunta di centro-destra, a trazione leghista finanzi la diffusione dell’ideologia europeista, liberista, globalista, l’idolatria tecnologica, la mistica dell’innovazione e del green (che poi non sono solo i contenuti ideologici del Festival ma di tutto l’ecosistema che ruota intorno alla provincia). Così come la provincia di Trento di centrodestra finanzia ila succursale del WEF così la politica dei grandi carnivori esprime l’ideologia green, del rewilding. L’orso, una calamità sociale è considerato dalla tecnocrazia verde ,del sistema provincia (Forestale, Servizio faunistico, Parco Adamello Brenta) l’emblema della biodiversità (una buffonata perché 300 orsi sono tutti fotocopia uno dell’altro, discendenti da 2 maschi e 3/4 femmine). In più la provincia continua a sbeffeggiare i sudditi dicendo che se sono responsabili e seguono alla lettera le “norme di coesistenza” (restare immobili mentre l’orso ti attacca) è possibile un equilibrio tra “uomo e natura” (l’orso è la Natura, per sintesi ideologica, evidentemente). Sono cialtroni perché i forestali, quando sono stati attaccati dagli orsi, sono stati i primi a darsela a gambe. Failoni e Fugatti, che dovrebbero dare gli indirizzi politici, non hanno il coraggio di interferire con il Servizio faunistico (che, evidentemente ha le sue coperture politiche e può dire quello che vuole). Sono solo penosi burattini che scaldano una poltrona. Esprimono un profondo disprezzo per gli elettori (da ricordare che quando sono partite le consultazioni popolari “no orsi” la giunta ha cercato di ostacolarle).

Pagina intera de l’Adige. Un modo per ‘tenere buono’ il quotidiano e convincerlo a non dare spazio a notizie “allarmistiche”. Nella sia impotenza la Giunta Provinciale, di fronte al problema orsi, preferisce mettere la testa sotto la sabbia e censurare le notizie.

La politica

La politica fa la cenerentola, il burattino, per l’appunto. Fugatti e C., si accontentano di sistemare qualche amico/a (personale o politica) in qualche carica e poi, consapevoli di essere un vaso di coccio senza doti politiche, culturali, morali, senza una classe politica alle spalle (che non hanno voluto e saputo far crescere), senza una cultura politica (ferma agli slogan), consapevoli di non poter farsi valere, per evitare umiliazioni continue lasciano fare. Sono lì a fare tappezzeria. Anche perché hanno di fronte dei centri di potere che non scherzano, sia per forza propria che per relazioni intrecciate. Trentino sviluppo e Fondazione Kessler (per citare solo i soggetti più potenti) hanno tutta la forza per dettare alla politica cosa fare in materia di nomine e di indirizzi). La politica non controlla neppure i Dipartimenti che semmai sono influenzati (magari nella speranza di porte girevoli) dall’ecosistema partecipate, fondazioni, Università, banche, confindustria, un sistema interessato a garantirsi regole, provvedimenti, budget a proprio favore.

Conclusione

Attraverso un sistema vasto e articolato, che comprende l’erogazione di servizi tradizionali, assicura molti posti di lavoro, sorregge la finanza dei comuni, eroga finanziamenti e contributi alle aziende, finanzia la promozione turistica, sostiene attività di formazione, ricerca e sviluppo, mette a disposizione un numero altissimo di poltrone e di gettoni, intrattiene rapporti spesso anomali con le organizzazioni sociali (in stile terzo mondo dove è il governo che controlla sindacati, cooperative) viene assicurato il consenso dei gruppi più coinvolti e la passività della massa della popolazione, convinta che mettere in discussione “mamma provincia” con la critica in pubblico possa provocare l’esclusione da piccoli e grandi vantaggi, la perdita del benessere, la gogna sociale. Un benessere pagato con la passività politica e il conformismo.

Così, anche di fronte all’assedio degli orsi che appaiono nei paesi, negli orti, nei pollai si tace, non ci si “espone”. Non si va più a funghi? Pazienza. Non si può lasciare il bambino in giardino? Pazienza. Se si cammina su un sentiero viene il cuore in gola al minimo fruscio? Pazienza. La provincia ha portato da due a tre kg la quantità di funghi raccoglibili da una singola persona. Ha aperto per i quattro mesi estivi le strade forestali per far arrivare in auto gli avventori di agritur e rifugi che rischiavano di chiudere perché la gente ha paura a camminare a piedi. L’orsologo Zibordi, in un articolo pubblicato in questi giorni, ha osservato che gli orsi trentini (sloveni) non si espandono a Nord perché incontrano una “resistenza sociale”. Evidentemente si è lanciato il criminale progetto Life Ursus in Trentino perché si poteva contare sulla passività politica, sulla disposizione della maggioranza dei trentini a subire tutto da “mamma provincia”, sul loro motto: “la morte ma non mi espongo”. Cosa riserva il futuro? Non è meglio lottare oggi per la libertà e la sicurezza per rimandare gli orsi in Slovenia piuttosto che subire nuovi “esperimenti sociali”?


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