E’ notizia di ieri che la Procura di Sulmona ha aperto un’indagine sulla gestione del Parco Nazionale di Abruzzo, Lazio e Molise (indennizzi, concessioni) in relazione alla recente “ondata” di avvelenamenti di lupi. Il più antico e iconico parco italiano è anche un modello fallimentare. Si tratta di comprendere il “contesto” in cui sono maturati gli atti di avvelenamento. Se, da una parte, il Parco è molto interventista (a danno delle attività economiche di un territorio più antropizzato degli altri parchi abruzzesi) dall’altra è stato accusato, a colpi di sentenze di condanna a suo carico, di non fare anche le cose più semplici per proteggere l’orso marsicano. Il chiamare in causa la “mafia dei pascoli” per fenomeni recentissimi appare come una forma di depistaggio: non solo è stata largamente smantellata ma, semplicemente, non esiste più per il venir meno delle motivazioni (livello di contributi e regole di assegnazione) che l’avevano fatta prosperare.
Che la gestione del PNALM sia tutt’altro che virtuosa lo dimostra la gestione dell’orso marsicano, una sottospecie unica che rappresentava (e rappresenta) la ragion d’essere del Parco che – dopo quello del Gran Paradiso – è il più antico d’Italia, ormai più che secolare, il più blasonato. Eppure… L’orso marsicano, da decenni, si assesta su 50-60 individui, ma l’area occupata si è estesa esponendo la sottospecie a maggiori rischi.
Sentenze che pesano come macigni
I media – troppo spesso megafono delle lobby animal-ambientaliste e parchiste – hanno silenziato la notizia bomba della sentenza della Cassazione che condannava il Parco a risarcire un contadino per i danni provocati dagli orsi (che il Parco è incapace di tutelare)

Una sentenza inequivocabile
La sentenza della Cassazione di marzo ribadiva quella d’appello che rilevava l’incapacità del PNALM di mantenere un ambiente idoneo per evitare che, la pur minuscola popolazione residuale di marsicani, fuoriesca dai pur ripetutamente ampliati confini del Parco. La Corte argomentava che: “È fuori discussione, in diritto, nella presente sede che – anche al di là dei meri obblighi indennitari (obblighi che prescindono del tutto da una sua condotta colposa) – l’Ente Parco possa, in linea di principio, rispondere dei danni ingiusti causati a terzi in virtù di una propria condotta colposa, ai sensi dell’art. 2043 c.c. e, quindi dei danni causati ai terzi dagli animali selvatici in relazione ai quali esso è tenuto, per legge, a svolgere tutte le attività di tutela e gestione”. Essa osservava come: “l’ente debba tener conto anche dell’elementare esigenza di limitare i pericoli derivanti dalle possibili loro interazioni con gli esseri umani, i loro beni e le loro attività, adottando, quanto meno, quelle misure che, nel rispetto della tutela del patrimonio faunistico e della natura possano evitare o, almeno, ridurre il pericolo di danni agli esseri umani“. In particolare: “l’Ente Parco non aveva affatto adottato (e neanche allegato di avere adottato) siffatte misure, nemmeno quelle più semplici e certamente non pregiudizievoli per gli animali in questione (gli orsi marsicani), come la piantagione di alberi di frutta all’interno del parco per evitare che essi fossero costretti a nutrirsi della frutta delle aziende agricole circostanti“.
Insomma, un Parco con un bilancio da oltre 30 milioni di euro non trova le risorse per piantare alberi di melo per sfamare gli orsi. Lo devono fare i critici del Parco (vedi, nella foto sotto, l’agricoltore Dino Rossi).
Gli orsi sono sempre in numero minimo (50-60) al limite della sopravvivenza genetica e tendono ad espandersi fuori del parco in altre province rendendo più difficile la riproduzione. Come se non bastasse, il Parco che non riesce a trattenere i pochi animali (ha desertificato le attività agrosilvopastorali e ridotto le risorse alimentari), ha promosso sciaguratamente i corridoi ecologici sull’onda dell’esaltazione ideologica del rewilding importata da ONG estere che operano in Abruzzo come in una colonia africana. Nella speranza di riempire di orsi tutto l’Appennino, si è svuotata la culla della sottospecie. Un disastro totale. In compenso il Parco non ha impedito che gli orsi divenissero un fenomeno da baraccone (orsa Amarena, osservazione dell’accoppiamento, caccia fotografica indiscriminata, ampia divulgazione delle “prodezze” nei paesi).

Il Parco non è la vittima
Ma ora la Procura indaga sulla strage dei lupi, la tegola di 22 lupi avvelenati dentro il perimetro del Parco o in aree contigue. Su questa Caporetto la Procura di Sulmona vuole vederci chiaro forse consapevole che chi ha “seminato” i sacchetti con le esche è solo l’ultimo anello. Secondo ReteAbruzzo “L’obiettivo degli inquirenti è analizzare a fondo gli atti ufficiali e i verbali redatti dall’ente per individuare eventuali responsabilità o omissioni nella gestione dell’emergenza che sta colpendo la fauna selvatica“.
Indipendentemente dagli esecutori materiali (ma si indaga in tutte le direzioni?) è lampante il fallimento di quel modello di “convivenza” di cui il Parco si vanta e per il quale si è aggiudicato progetti milionari a ripetizione. E’ il contesto conflittuale del Parco che va compreso. Il PNALM, più di altri parchi, per via del potere acquisito in una lunga storia, è un soggetto attivo sul territorio che, tra l’altro, prende in affitto dai comuni migliaia di ettari dai comuni (si parla di ventimila!) e che sottopone per qualsiasi uso (incluso quelli silvo-pastorali) ai suoi nulla osta i terreni in conformità con il contestatissimo Piano del Parco (vedi oltre). Entra quindi pesantemente nelle dinamiche dell’utilizzo delle risorse e negli equilibri locali, ponendosi come soggetto economico e politico.

Depistaggio?
Per sviare le cose, alcuni media abruzzesi chiamano in causa la “Mafia dei Pascoli” (oggi i “cattivoni”, ieri accolti con piacere per via degli elevati canoni di affitto che erano disposti a pagare). Ma, considerando che l’attenzione ai fatti che avrebbero potuto portare agli avvelenamenti si concentra sugli ultimi due anni, la cosa appare strana, per non dire sospetta, considerato che la “mafia dei pascoli” non esiste più. Essa si basava su elevati contributi che venivano erogati a fronte del pascolamento di esigui numeri di bestiame (bastava un asinello macilento per prendere contributi per 5 ettari, ovvero 1000 € e più). Il tutto in un sistema di controlli carente e di contributi per i pascoli, spesso definiti “d’oro”. I contributi hanno subito notevoli ridimensionamenti a partire dalla nuova PAC 2023-2027, con ulteriori aggiornamenti nella gestione dei controlli Agea dal 2025. A partire dalla campagna 2025, infatti, Agea ha introdotto nuovi criteri più rigorosi (Istruzioni Operative n. 61/2025) per la verifica del pascolamento effettivo. Riduzione dell’enfasi sul “titolo PAC” (vera chiave della truffa legalizzata che consentiva di abbinare i ricchi titoli dei pomodori a immensi pascoli) a favore dell’ “attività”. La spinta criminogena, sostenuta dalla combinata: contributi facili ed elevati, controlli carenti, è venuta meno.
La criminalità legata alla mafia dei pascoli era una criminalità da “colletti bianchi”, che non si sporca le mani con vendette, ritorsioni, minacce. Tanto più in un contesto sempre meno allettante. Dov’è il motivo per agire, nel 2026, con la prospettiva di contributi sempre più ridotti e di controlli sempre più severi? Che razionalità criminale ci dovrebbe essere dietro?
Sammarone spara a casaccio e chiama in causa a sproposito i metodi mafiosi per creare un polverone
Anche il direttore, Sammarone, a caldo, ha parlato di “metodi mafiosi” (se sa qualcosa vada in procura, non faccia accuse generiche quanto gravi). Quando poi si parla di una minoranza di allevatori “cattivi” non è facile distinguere se i cattivi sono i mafiosi dei pascoli o, semplicemente, quegli allevatori onesti “conflittuali” che si sono sentiti defraudare da loro diritti e contestano il Parco (vedi oltre).
Che senso ha parlare di “metodi mafiosi” e puntare il dito contro i “criminali” per poi puntare il dito contro chi sostiene che l’intoccabilità del lupo non deve restare un dogma. Questo mix non è molto corretto.
Ha dichiarato Sammarone: “Questi gesti sono figli di un approccio che sta mutando. Si sta diffondendo l’idea che il lupo non sia più una specie da proteggere, che si possa intervenire in modo più aggressivo, che in fondo eliminarlo sia accettabile. È un approccio profondamente sbagliato e pericoloso, che va contrastato” (30science.com)
Del resto le affermazioni di Samamrone che mirano a criminalizzare alcuni allevatori fanno da pendant a quelle di Piero Genovesi dell’Ispra “Questa deriva è il frutto di alcune posizioni legate al mondo estremo degli allevatori, gente che andrebbe isolata e che spinge per queste forme di interventi illegali e inaccettabili”. Corriere
Il Parco vorrebbe passare per vittima, ma – come abbiamo visto – è messo esso stesso in qualche modo sotto indagine per valutare come certi atti possano spiegare il clima (forse anche i moventi) che ha portato all’ondata di avvelenamenti. Gli episodi di avvelenamento si inseriscono in una situazione determinata da una politica di protezione ad oltranza dei lupi (e della fauna in genere) e di una gestione “naturalistica” calata dall’alto del Parco che calpesta i diritti economici, sociali e politici dei legittimi proprietari dei terreni e dei titolari degli usi civici e delle stesse comunità locali. La realtà del Parco è presentata all’esterno come idilliaca, ma dietro le tensioni sono forti; di solito il nasconderle le esaspera. Qualcuno, forse, volendo mantenere all’infinito la “rigorosa tutela”, ha cercato di scatenare un’ondata (ben amplificata dai media) di indignazione contro i “bracconieri” al chiaro scopo di sollevare l’opinione pubblica contro il declassamento del lupo e mantenere all’infinito lo status quo. Altri, forse, hanno inteso mostrare come la politica della “convivenza con il lupo” sia un fallimento, portando alla desertificazione della attività pastorali e zootecniche estensive; altri ancora hanno inteso mettere in atto una ritorsione contro l’esproprio strisciante dei diritti individuali e collettivi sull’uso del territorio. In ogni caso, considerato che gli episodi di avvelenamento sono stati registrati in diversi comuni, è da escludere che siano in gioco questioni riguardanti singoli contenziosi. In un modo o nell’altro è il Parco in quanto tale alla base del problema.
Qualsiasi sia il motivo che ha spinto gli autori degli avvelenamenti, per il Parco è un fallimento pesante, un boomerang terribile per tutta la propaganda montata negli anni. Basti ricordare le delegazioni di pastori (collaborativi con la linea del Parco) spedite in Tirolo a spiegare agli allevatori alpini di lingua tedesca come gli abruzzesi siano bravi a convivere con i lupi (progetto Lifestock Protect, uno delle decine di progetti pro orsi e lupi che hanno foraggiato la “filiera”.

La gestione fallimentare del PNALB è la conseguenza di una macchina che fa girare tanti soldi – vorremmo sapere se con adeguati controlli – come un centro di potere che annulla il ruolo degli enti democraticamente eletti. La sudditanza al Parco, diventato un soggetto chiave nella distribuzione di posti, appalti, contributi, concessioni, si esprime anche in forme imbarazzanti. Le comunità più povere, che dipendono maggiormente dall’assistenzialismo e dal clientelismo, piegate dallo spopolamento e dalla ritirata delle attività tradizionali (messe in ginocchio dai vincoli del parco) arrivano a forme di servilismo neocoloniale, come a Ortona dei Marsi dove, pochi giorni fa, il Consiglio comunale ha deliberato di denominare la frazione di Aschi “il paese dei lupi”.
“Bacia la mano che ti colpisce”
Era l’espressione della totale sottomissione a poteri dispotici e oppressivi. Oggi le comunità più fragili, per ricevere qualche briciola che cade dalla mensa dell’economia del Parco (turismo naturalistico, attività scientifiche ed educative gestite da enti esterni al territorio) devono “baciare la mano” del lupo e dei Signori del lupo e del Parco che pesano sul territorio, di quello stesso lupo e di quello stesso Parco che sono stati e sono tutt’ora una delle cause del regresso delle attività agricole di zone che non avevano altre vocazioni e che sono state ridotte a vivere di pensioni e dell’elemosina clientelare. In questo sistema che è fallimentare sul piano sociale e politico, come su quello della conservazione, nessun soggetto istituzionale osa criticare.

Solo Zunino, Forconi e pochi altri eretici, per quanto riguarda la gestione faunistica, lo fanno. Le università, le ONG, le associazioni, le coop, gli espertoni che partecipano alla mangiatoia non osano proferire verbo. Così, l’entourage del Parco e le sue cerchie concentriche, si sono sentiti totalmente “coperti” a ogni livello (politico-istituzionale-scientifico-culturale). E così, in tanti anni di fallimenti, mai una parolina di autocritica. Solo autoglorificazione. Solo attacchi ai cattivi retrogradi che ostacolano le politiche del parco.
Per quanto riguarda la politica di violazione dei diritti economici, sociali e politici delle comunità e delle categorie rurali perseguita dal Parco, non si può dire che non si siano sviluppate contestazioni, denunce, appelli. Essi hanno messo nel mirino il Piano del parco e i suoi numerosi aspetti di illegittimità. A contestare il Piano del Parco (frutto di costosi incarichi, mandati e consulenze) l’associazione Iura Civium ad Bonum Naturae, il Comitato Allevatori e Agricoltori del Territorio e l’ Alleanza dei Pastori Aurunci e Ciociari. Il Piano del Parco ignora la materia degli usi civici e la necessità del rispetto dei diritti correlati. E’ stato redatto e proposto senza il complementare Piano pluriennale economico e sociale. La Regione, competente in materia di usi civici, di fronte alle contestazioni, ha “girato” la questione… al Parco che, ovviamente si è dato ragione.
Nell’agosto 2023, centinaia di cittadini hanno inoltrato agli enti competenti, tramite Associazione Iura Civium ad Bonum Naturae, una richiesta di rigetto della proposta di Piano del PNALM. Motivandola con una serie di violazioni di legge e di carenze formali e per il suo carattere di proposta astratta calata sul territorio senza tenere conto delle realtà rappresentative di esso. In questa richiesta, i firmatari sostenevano che il Piano è “finalizzato a creare un completo sistema di potere discrezionale e un’enclave di ‘diritto’ alternativo a quello dello Stato italiano“.
La questione non è la convivenza con i lupi ma la convivenza delle categorie rurali con un Parco che ha costruito un modello autoreferenziale, clientelare, neocolonialista.

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