Il Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise si presenta come il parco più prestigioso d’Italia, legato alla missione di conservazione dell’orso marsicano, del camoscio d’Abruzzo e del lupo appenninico. Queste sottospecie uniche sono state sfruttate senza pudore tanto che il PNALM detiene il record europeo di progetti LIFE. Intorno a questi animali è stata costruita un’immagine da paradiso del turismo naturalistico. Un turismo incoraggiato anche oltre ogni limite di decenza. La caccia fotografica alle orse con i cuccioli, praticata da turisti senza la minima cognizione etologica e senza il minimo rispetto è diventata un fenomeno diffuso, così come il voyeurismo orsino (l’osservazione degli orsi che si accoppiano). Si sono così sviluppati dei veri e propri fenomeni da baraccone che dovrebbero fare arrossire i naturalisti degni di questo nome, ma che – nel loro portare flusso turistico – non sono stati adeguatamente rintuzzati dal parco. Una delle poche misure di regolamentazione consiste nel chiudere alcuni sentieri ai turisti, limitandone la fruizione ai gruppi accompagnati dalle guide. Poi si è lasciato che si creassero i miti di Juan Carrito e dell’orsa Amarena, miti diseducativi, accompagnati da tentativi di avvicinamento e disturbo degli animali. Questo turismo è incrementato da episodi alla Yogy e Bubu come quello dell’orsa Gemma che si mangia due crostate dopo essere penetrata nella cucina di un albergo a Scanno (vicino alla pasticceria “Pan dell’orso”) . Una gestione degli orsi confidenti a dir poco “allegra” e fortemente incline alla monetizzazione del fenomeno.
Queste ed altre modalità sono utilizzate per sostenere l’economia del turismo naturalistico che ruota per lo più più intorno a personaggi e interessi economici estranei al territorio e rafforza il potere del Parco.

Il parco ha fatto di tutto per far crescere questa economia neocoloniale per soppiantare l’economia locale, basata sull’agricoltura e l’allevamento (irrimediabilmente conflittuale con le regole e la politica ambientalista del Parco stesso, con l’ideologia conservazionistica, con con la conservazione).
Nel 1930 c’erano 11.350 ovicaprini nei comuni del parco (Lecce nei Marsi, Opi, Ortona nei Marsi, Pescasseroli, Scanno, Villavallelonga, Villetta Barrea, Civitella Alfedena, Gioia dei Marsi, Bisegna, Alfedena), nel 2000 solo 8.469. Si dirà: “ma in Italia c’erano 13 milioni di ovicaprini nel 1930 e 9 nel 2000”. Vero ma nelle aree del Parco (e in altre dell’Abruzzo), data la conformazione territoriale, la pastorizia è attività portante, sostituibile solo in minor misura con altre attività zootecniche e agricole. Nel Parco nel 2000 c’erano 13 ovicaprini per kmq, contro i 19 dell’Abruzzo (comprese città e coste). E’ chiaro che la pastorizia non è stata valorizzata.

Al Parco piace un’economia basata sul turismo naturalistico, dipendente dal Parco, in grado di portare consenso, o quantomeno passiva accettazione, nei confronti delle politiche del Parco stesso, vero dominus. Esso finisce per condizionare anche i sindaci, in qualche modo coinvolti essi stessi in questa “filiera”. Un’economia che offre opportunità a guide naturalistiche, cooperative, associazioni, qualche operatore turistico, esperti: gente da fuori, magari con una laurea alla Sapienza, che impone la cultura urbana e l’ideologia ambientalista, con i locali in funzione subalterna, nel ruolo di “indigeni” mal tollerati.
I numeri recenti dei fallimenti del Parco
Cinque lupi sono stati rinvenuti morti a Pescasseroli, a circa 1 km dalla sede del Parco , il 7 aprile 2026. La notizia è uscita solo dopo il caso di Alfedena, altro paese del Parco. Altri 5 erano stati rinvenuti morti ad Alfedena il 15 aprile; altri due a Capistrello (fuori dal perimetro del Parco) il 30 marzo. 12 lupi avvelenati nel giro di 15 giorni. Ma ci sono dei precedenti: nella primavera del 2023 erano stati trovati avvelenati 9 lupi. Il veleno, però, non risparmia gli orsi marsicani, ridotti al lumicino. Nonostante le pattuglie, i cani molecolari, i proclami. Nel 2025 sono stati trovati morti tre orsi marsicani: uno certamente avvelenato, gli altri forse. A fare le spese del veleno, nel 2025, anche diversi cani e un vitello (il parco ha cercato di tacitare le notizie)
Il Parco parla di coesistenza con la fauna ma non apre il portafoglio (deve finanziare le attività che portano immagine e soldi alle cerchie). I danni della fauna non sono adeguatamente rimborsati e non vengono pagate le misure di prevenzione come ha stabilito una recente sentenza della Corte di Cassazione, la quale ha condannato il Pnalm a risarcire 18.000 euro ad un agricoltore di Lecce nei Marsi che aveva subito danni a causa degli orsi.
E’ sommamente ipocrita, di fronte a questa sentenza, continuare a esorcizzare i “bracconieri”. E’ ipocrita fare finta di non capire che tra divieti, spesso di dubbia legittimità, e danni da parte della fauna, i portatori di interessi rurali sono esasperati. Specie in un contesto in cui il Parco, da autocrate, non ammette dissenso. Tra gli ipocriti c’è anche il presidente della Regione che ha rubato il mestiere alla LAV e intende costituirsi parte civile contro i “criminali che distruggono la biodiversità”. Ma lui cosa ha fatto? Sono mai state richieste le deroghe per rimuovere i lupi?
Il lato oscuro dell’industria del turismo naturalistico disneyano
Le colpe del Parco sono gravi anche sotto un altro aspetto. L’orso marsicano è servito per calamitare i milioni dei progetti ma le azioni efficaci del Parco non sono mai state all’altezza delle necessità: né per prevenire la mortalità, né per impedire gli atteggiamenti “confidenti” e quindi pericolosi per l’orso e per le persone.
La mortalità tra gli orsi reta elevata (incidenti stradali, bracconaggio, cause “accidentali”). Sono ben sette gli orsi annegati nel giro di quindici anni in invasi artificiali non protetti. Nel periodo 2003-2024 sono morti 52 orsi marsicani, il 50% bracconati, il 30% per altre cause antropiche (al primo posto le collusioni stradali). Non è però solo colpa dei perfidi “bracconieri” contro i quali le invettive e l’auspicata repressione servono ben poco. Come, del resto, servono anche i famosi e decantati cani molecolari anti-veleno, utili a trovare le carcasse, ma inutili nel prevenire il fenomeno degli avvelenamenti.

Non c’è, però, solo il bracconaggio. Le strategie del Parco, con la linea dura contro i portatori di interessi rurali, con i pesanti divieti in stile sovietico (che, secondo le associazioni rurali locali, violano i diritti di proprietà e di uso civico), hanno impoverito le attività agricole e d’allevamento riducendo le risorse trofiche per gli orsi.
Così le femmine si sono allontanate verso zone esterne al parco riducendo le possibilità di accoppiamento. Così qualcuno prende volontaristicamente l’iniziativa di piantare alberi di melo da mettere a disposizione degli orsi. Domenica 4 maggio 2025 è venne riproposta a Bisegna, in provincia dell’Aquila, nel Parco nazionale, l’iniziativa Pianta un melo aiuta un orso. Era organizzata dalla locale associazione PercOrsi perduti, una delle varie associazioni ambiental-turistiche che sono nate sotto gli auspici del Parco. Peccato se non fosse stato per l’agricoltore Dino Rossi (foto sotto) e lo zoologo Paolo Forconi, entrambi critici del Parco, lo sparuto drappello di volontari non avrebbe saputo da che parte cominciare per piantare… i susini. Rossi ha portato un sacco di letame e ha mandato alcuni studenti inglesi a prendere l’acqua al fiume per irrigare (non era stato previsto né letame né acqua perché in queste manifestazioni si fa la foto e poi le piante muoiono). Questa è l’ecologia da tavolino che viene invocata per mettere divieti ai contadini.

Il Parco è allergico alle critiche e alla democrazia
La gestione del Parco è tipicamente verticistica e autoritaria. I “dissidenti” vanno silenziati, ai sindaci viene imposto il ruolo di valvassori e valvassini. Quando, a settembre del 2024, i “dissidenti” hanno provato a organizzare con i “ruralpini” un convegno a Pescasseroli, sede del Parco, tutte le porte si sono chiuse. Ma lo stesso avvenne in altri comuni del Parco. I sindaci, da bravi giannizzeri, rifiutavano le sale. Così il convegno dovette spostarsi fuori area parco


Rispondi