di Michele Corti
Il piano strategico nazionale per le aree interne (PSNAI) della Presidenza del consiglio dei ministri, pubblicato nel marzo 2025, prevede l’eutanasia sociale dei piccoli paesi. Si tratta di realismo, cinismo o appiattimento all’ideologia neoliberale e alle visioni tecnocratiche? Condannare all’eutanasia i piccoli paesi solo sulla base della struttura demografica “compromessa” è inaccettabile. Soprattutto quando si consideri che il depopolamento non è una “calamità naturale” ma è assecondato da politiche di rewilding, dall’estensione delle aree protette, dal mancato controllo della fauna selvatica che assedia i centri abitati, dal rifiuto di differenziare radicalmente le normative pensate con la realtà urbana e delle grandi aziende, dal rifiuto di rinunciare al prelievo fiscale. Oggi si parla di realtà “ormai compromesse” ma, senza una svolta, buona parte delle terre alte e delle altre aree interne risulterà “compromessa”
Cosa dice il PSNAI
Un numero non trascurabile di Aree interne si trova già con una struttura
demografica compromessa (popolazione di piccole dimensioni, in forte declino,
con accentuato squilibrio nel rapporto tra vecchie e nuove generazioni) oltre che
con basse prospettive di sviluppo economico e deboli condizioni di attrattività.
Queste Aree non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza ma non
possono nemmeno essere abbandonate a sé stesse. Hanno bisogno di un piano
mirato che le possa assistere in un percorso di cronicizzato declino e
invecchiamento in modo da renderlo socialmente dignitoso per chi ancora vi abita. https://politichecoesione.governo.it/media/yamnr5sl/piano-strategico-nazionale-delle-aree-interne.pdf
Accettare la logica dell’eutanasia dei piccoli centri significa accettare che anche quelli “non ancora compromessi” seguano la stessa sorte, significa accettare la strategia di depopolamento perseguita da chi vuole le mani libere per lo sfruttamento delle risorse idriche, minerarie, energetiche e la trasformazione di buona parte del territorio montano in parco naturale “all’americana”, come compensazione ipocrita e di facciata per lo sfruttamento delle risorse e come occasione di una monocoltura del turismo naturalistico e della burocrazia verde.
Le aree interne devono svuotarsi di attività produttive gestite dagli “indigeni” e limitarsi a ospitare attività di tipo “coloniale”, gestite a distanza da chi opera nelle grandi città o da funzionari di multinazionali, organizzazioni ambientaliste. Questo il progetto neoliberale che prevede per le nostre montagne un modello sperimentato in Africa e in altre realtà neocoloniali.
Non c’è niente di nuovo nella strategia del governo italiano. I circoli tecnocratici neoliberali perseguono da tempo il progetto dell’eutanasia dei piccoli paesi “compromessi. Una strategia in linea con un pensiero liberista del “risparmio della spesa pubblica”, indifferente ai valori umani, ai principi della morale naturale che porta a diffondere l’eutanasia di anziani, malati, handicappati “per risparmiare sulla spesa sanitaria” mentre si programma di spendere centinaia di miliardi per il riarmo
Nel 2009 scrivevo su Ruralpini (https://www.ruralpini.it/Inforegioni9.4.htm)
(09.04.09) COIRA. IL CANTON GRIGIONI SI CANDIDA PER SPERIMENTARE L’EUTANASIA DELLE VALLATE MARGINALI?
Grigioni e Uri hanno raccolto la sollecitazione della Confederazione per prendere in esame la possibilità di sperimentare una nuova politica reginale coincidente nella eutanasia di aree definite “senza potenziale”. Fa molto discutere il rapporto realizzato in questa prospettiva Secondo gli autori dello studio, laddove manchino iniziativa propria e idee è ipotizzabile un processo di “ritiro” del sostegno pubblico. Le aree “condannate” verrebbero ridursi sino a sparire la spesa per servizi e infrastrutture. E’ palese che questa prospettiva viola principi di equità ed uguaglianza oltre che a sollevare gli interrogativi sui costi della “ritirata” degli insediamenti antropici. Non c’è comunque da scandalizzarsi; anche in Piemonte qualcuno ha detto che converrebbe economicamente alle istituzioni pubbliche lasciare intere vallate alla wilderness, per farne un Parco del lupo. Un ultima notazione: le vallate “marginali” nei Grigioni sono in prevalenza quelle lombardofone a Sud del cantone. Ne deriverebbe una ulteriore e, a dir poco, spiacevole implicazione di discriminazione culturale.
Il documento in tedesco con riassunto in italiano si trova(va) a http://portal.gr.ch/D/awt/Seiten/potenzialarmeraeume.aspx
Il criterio demografico non può essere l’unico a stabilire la condanna a morte definitiva
Ritenere che, ai centri abitati senza giovani e senza nascite sia da “staccare la spina” in modo automatico, non tiene conto di fattori che possono indicare una volontà/capacità di inventare nuove forme di attrattività e di iniziativa economica. Da una parte, nella grande differenziazione di stili di vita, vi sono segmenti di popolazione interessate al trasferimento in piccoli centri, dall’altra si assiste allo sviluppo di iniziative “creative” come quella della vendita delle case a un euro che, pur con luci e ombre, indicano che, sia da parte delle comunità che dei potenziali destinatari di queste iniziative, c’è l’interesse a FARE QUALCOSA.
Accettare il depopolamento come destino inevitabile è, quantomeno, ipocrita perché finge di ignorare che le politiche pubbliche spingono in questa direzione e non sono forze economiche impersonali. La chiusura delle attività economiche, quelle agricole, quelle artigianali, quelle commerciali è legata all’imposizione di normative, adempimenti, certificazioni che diventano fardelli insostenibili nella piccola dimensione economica, nelle condizioni di strutture edilizie storiche. Pensiamo solo cosa comporterebbe l’applicazione delle norme europee sulle classi di risparmio energetico al patrimonio edilizio. La deregulation neoliberale ha privato di servizi le aree interne in forza di criteri di privatizzazione e di competitività che si traducono in aumenti di profitti e rendite finanziare per le grandi società e il sistema bancario. Tutto naturale? No. E’ lo stato che ha ceduto alla pressione delle oligarchie .

Tra le politiche pubbliche che incidono pesantemente sul depopolamento, non possiamo non fare riferimento a quelle green. Le conseguenze delle leggi 157/92 “Protezione della fauna selvatica” e 394/91 “legge quadro sulle aree protette” sono state pesantissime. Il regime di protezione della fauna selvatica, portato all’estremo nel caso del lupo, e la moltiplicazione delle aree protette dove la caccia è esclusa hanno moltiplicato cervidi, cinghiali e lupi.
L’aver ingessato un quadro di protezione pensato negli anni ’80 del secolo scorso ha provocato non solo danni economici all’agricoltura ma anche il problema degli incidenti stradali, della predazione e, in generale l’assedio della fauna selvatica ai centri abitati . Se al protezionismo nei confronti della fauna si aggiunge il vecchio forestalismo ideologico, che ha favorito l’espansione dei boschi e la perdita di prati e pascoli (a suon di sanzioni per chi tagliava una piantina), comprendiamo come l’ambiente montano sia diventato sempre meno vivibile.
Perché resistere in montagna se non posso allontanarmi in sicurezza dal centro abitato, se il bosco incolto inghiotte ogni cosa, se ogni piccola manutenzione e intervento incappa in divieti e procedure autorizzative complesse e onerose, rese ancora più complesse e onerose dalla presenza dei parchi. Perché resistere se i vincoli imposti in modo autoritario dai parchi legano le mani alle attività tradizionali agrosilvo pastorali?
Una zona franca dall’imposizione fiscale
Il depopolamento non è un male perché si perdono comunità, culture, risorse locali uniche ma anche perché quel poco di presidio umano assicurato dalla presenza di centri abitati ha un effetto positivo sulla cura e manutenzione di quelle piccole opere infrastrutturali che prevengono e alleviano gli effetti delle calamità naturali. Per di più , se è vero che, in proporzione, l’erogazione di servizi agli abitanti delle aree interne è più costosa (per via dei diversi parametri che regolano il funzionamento dei servizi scolastici e sanitari), è anche vero che gli abitanti dei crossi centri urbani fruiscono di una vasta gamma di servizi che non sono erogati alla popolazione dei piccoli paesi. Non fruiscono né di metropolitane, né di teatri i paesini. La creazione di una zona franca dall’imposizione fiscale incentiverebbe la ripresa di attività artigianali, commerciali, di servizi e potrebbe risultare vantaggiosa anche per lo stato, sia per il risparmio sulle spese causate dai danni prodotti dalle calamità naturali, sia per la riduzione della spesa assistenziale.
Deregulation
La tassa peggiore che grava sulle aree interne è l’imposizione di un quadro di regole pensato per la grande città e la grande azienda, tale da soffocare ogni iniziativa economica. Il principio che potrebbe invertire la tendenza al depopolamento dei piccoli paesi deve essere quello che assimila la piccola produzione all’autoconsumo, che assimila un piccolo esercizio pubblico in un paesino alla preparazione e somministrazione di cibi e bevande in famiglia. Lo stesso per l’ospitalità in albergo diffuso e B&B. Il piccolo commercio deve essere assimilato all’attività di una grande famiglia che fa la spesa per tutti i membri e distribuisce i prodotti. Il paesino nel suo insieme deve essere assimilato a una famiglia. Niente tasse sulle transazioni interne alla famiglia, niente autorizzazioni, licenze, certificazioni oltre a quelle (sono già tante) alle quali si deve assoggettare la famiglia.
Il recupero di capacità di autogoverno
Le politiche neoliberali hanno spinto verso la riduzione dei poteri dei comuni e della loro capacità economica. Hanno anche spinto verso le aggregazioni dei comuni in nome di un “risparmio di spesa” che non è dimostrabile (i piccoli comuni si sono consorziati per molte funzioni mettendo in comune il personale tecnico e amministrativo). I comuni sono stati largamente esautorati dai parchi al cui vertice c’è una struttura tecnocratica che impone l’ideologia ambientalista. Quanto più il controllo sul territorio e sulla gestione della cosa pubblica, dei beni pubblici ereditati dalle generazioni precedenti, passa a soggetti estranei al territorio e ai suoi interessi, tanto più la decadenza della realtà sociale è assicurata.
L’incoerenza del PNRR

C’è coerenza nelle politiche pubbliche? I soldi fatti piovere dal cielo su pochi paesini fortunati dal “progetto borghi” che valore hanno avuto? Da una parte si vuole dichiarare una parte delle aree interne “compromesse” e “aiutarle” con il suicidio assistito, o l’eutanasia, dall’altra si finanziano progetti che fanno arrivare in alcuni paesini “per rivitalizzarli” sino a un milione di euro per abitante. Che razza di modello replicabile può essere? Per gestire questi progetti sono state mobilitate risorse da fuori e i soggetti che ne beneficeranno saranno in larga misura, e inevitabilmente, da fuori.
Conclusioni
Se non si riconosce quali sono state le malattie che hanno portato allo stadio terminale i piccoli centri, lo stato dovrà procedere a eutanasizzare sempre più paese. Le aree interne hanno bisogno di una legislazione specifica in ogni campo, non di eccezioni, deroghe. Hanno bisogno di deregulation e di defiscalizzazione nonché di recupero della capacità di decidere su sé stesse e sulle proprie risorse. La legislazione green e i vincoli dell’Unione Europea incidono pesantemente sul futuro delle aree interne. Ma se l’influenza straripante dell’ideologia ambientalista e della burocrazia europea non vengono arginate non saranno solo le aree interne a soffrire. Sarà buona parte dell’Italia, tranne le grandi città, a diventare “compromessa.

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