di Michele Corti
Il 4 giugno, il Consiglio Nazionale delle Ricerche ha emanato un comunicato interessante nel quale si informa che uno studio lungo e complesso (in collaborazione con gli Istituti Irpi e Irsa, Università di Milano Bicocca e Università di Berkeley) è arrivato alle conclusioni che l’irrigazione intensiva nella pianura Padana non solo spreca risorse idriche ma le incrementa. Un colpo mortale alla narrazione ambientalista. Quella che vuol farvi sentire in colpa perché i 100 grammi di carne che avete nel piatto hanno “consumato” 1500 litri di acqua. Ma è vero che quell’acqua è “consumata”, distrutta? O è una delle tante, enormi, bugie con le quali si vuole imporre il green deal a un pubblico sprovveduto?
Purtroppo, anche nel mondo agricolo (specie nei settori a monte della fornitura di attrezzature, consulenze, progettazione c’è chi ha interesse ad abboccare alla bugie dell’irrigazione che spreca risorse idriche. Ci sono i fanatici dell’innovazione (spesso non disinteressati ma coinvolti nelle nuove costose tecnologie). Uno dei miti della “nuova agricoltura” è l’irrigazione a goccia. Ma se l’acqua c’è è veramente una soluzione ecologica? La ricerca del CNR ha inaspettatamente rivelato che aree soggette a irrigazione intensiva mostrano falde acquifere più stabili, anche in presenza di siccità estive ripetute. Lo studio, pubblicato sulla rivista Nature Water, ha preso in esame zone della Pianura Padana utilizzate a scopo agricolo, analizzando lo stato delle falde sulla base di dati satellitari.
Ma è proprio vero che il risultato è “inaspettato”? Tutta la polemica ambientalista contro l’utilizzo dell’acqua di irrigazione è sempre stata basata su elementi inconsistenti. Dove finisce l’acqua di irrigazione? L’acqua non sparisce magicamente ma, attraverso diverse vie, rientra nel ciclo dell’acqua. Nei vari stati (solido, liquido e gassoso) l’acqua continua a circolare tra nevai, laghi, fiumi, oceani, atmosfera, falde sotterranee. L’acqua fornita ai campi torna in atmosfera attraverso il meccanismo dell’evapotraspirazione (evaporazione dal terreno, traspirazione delle piante), quella accumulata nei tessuti delle piante in parte viene incorporata nel terreno come residui colturali, in parte evapora con l’essicazione dei residui in campo, in parte viene riciclata dai consumatori primari e secondari (attraverso la respirazione, la traspirazione, le escrezioni) e ritorna in atmosfera, nella falda, nei corpi idrici superficiali).

Buona parte dell’acqua di irrigazione va a rimpinguare le falde acquifere o percolando viene raccolta dai fossi colatori consentendo il riutilizzo a livelli altimetrici inferiori. E il ciclo si ripeterà. La grande ramificazione della rete irrigua (nella figura sopra la ragnatela dei canali irrigui da cui si ramificano quelli adacquatori che raggiungono i singoli campi è condizione per il riutilizzo dell’acqua e per il rimpinguamento della falda. Che buona parte dell’acqua di irrigazione andasse a rimpinguare le falde era noto. Ma, spesso, servono complesse e sofisticare ricerche per dimostrare… l’acqua calda.
Il buon senso dice che, se non utilizzata per l’irrigazione, molta acqua finirebbe in mare e tornerebbe disponibile solo attraverso il ciclo dell’evaporazione, condensazione, precipitazioni. Mentre, nella falda, è una riserva disponibile per gli usi civili, industriali ed agricoli.
Rivalutare il vecchio, secolare, sistema di irrigazione a scorrimento
I campi della pianura padana irrigua sono stati da secoli (il sistema irriguo si sviluppa a partire dal XIV-XV secolo) sistemati in modo da consentire lo scorrimento di un velo d’acqua sul terreno mediante la semplice chiusura di paratie e quindi semplicemente sfruttando la forza di gravità. Oggi, nella maggior parte dei casi) l’acqua viene pompata, pescando dai canali, usando la trattrice e la sua presa di forza. Il che evita le manovre idrauliche. In ogni caso, l’irrigazione a scorrimento era diventata la bestia nera.
Ovviamente, per poter irrigare tutto il campo sino a raggiungere la capacità di campo limite più distante dal punto di irrigazione, nella parte di campo più vicina si “spreca” molta acqua che non può essere trattenuta dal terreno e percola. Ma, a quanto pare, questo può essere un beneficio.

L’unica acqua “sprecata”
L’acqua è realmente “consumata” solo quando si utilizzano riserve non rinnovabili (sono quei limitati giacimenti di acqua fossile (che però esistono anche in Sicilia), escluse dal ciclo idrologico terre-mari-atmosfera o si contaminano le riserve d’acqua (laghi, falde sotterranee) in modo da non consentirne più l’utilizzo.
L’industria e l’agricoltura sono, a volte, colpevoli di questo consumo di acqua. L’eccessiva concimazione azotata può portare ad un eccesso di nitrati che rende l’acqua non potabile. Anche i pesticidi di sintesi possono inquinare in modo grave le riserve idriche sotterranee, basti pensare ai tanti pozzi e acquedotti chiusi anni fa per l’atrazina (diserbante del mais). La situazione è ancora insoddisfacente considerato che (rapporto Ispra sulla qualità delle acque), il 5% dei campioni di acque di falda (tutti nella pianura padana e veneta e, soprattutto, nelle zone risicole) risultano fuorilegge per elevate concentrazioni di pesticidi e loro prodotti metabolici.
Al sistema di agricoltura intensiva si può rimproverare di inquinare le acque ma va anche detto che il terreno agricolo svolge anche funzioni di biodepurazione e biorisanamento. Il terreno agricolo sano (con buon apporto di sostanza organica) contiene tonnellate di biomassa in un ettaro. Piccoli organismi e microrganismi esplicano numerose trasformazioni biochimiche. Attraverso le attività microbiche le molecole inquinanti vengono degradate. Non solo i pesticidi utilizzati in agricoltura ma anche altri inquinanti in un terreno agricolo sano sono disattivati e le acque profonde risulteranno meno contaminate.

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