A piantare i meli per gli orsi solo i critici del Parco

di Michele Corti

(06/05/2025) Dopo la vicenda del comune friulano che, con Legambiente, si vantava di aver intrapreso un’iniziativa di “forestazione urbana”, salvo lasciar morire tutte le piantine (https://tutelarurale.org/2025/05/03/legambiente-toglie-pascolo-ai-pastori-e-le-1000-piantine-seccano/), ecco un’altra vicenda che la dice lunga sulle iniziative ambientaliste fatte di parole, tanto belle quanto vuote. Ci spostiamo nel Parco Nazionale dell’Abruzzo dove, all’evento Pianta un melo, aiuta un orso si sono presentati i critici del Parco che hanno dimostrato come si piantano degli alberi da frutto.

Domenica 4 maggio è stata riproposta a Bisegna, in provincia dell’Aquila, nel Parco nazionale, l’iniziativa Pianta un melo aiuta un orso. Era organizzata dalla locale associazione PercOrsi perduti, una delle varie associazioni ambiental-turistiche che sono nate sotto gli auspici del Parco. Da tempo, è chiaro come il Parco punti a sostituire l’economia locale, basata sull’agricoltura e l’allevamento (irrimediabilmente conflittuale con le regole e la politica ambientalista del Parco stesso) con un’economia basata sul turismo naturalistico, dipendente dal Parco, in grado di portare consenso, o quantomeno passiva accettazione, nei confronti delle politiche del Parco. Un’economia che offra opportunità a guide naturalistiche, cooperative, associazioni, qualche operatore turistico, esperti: per lo più gente da fuori che impone la cultura urbana e l’ideologia ambientalista, con i locali in funzione subalterna.

Al Parco non piace il dissenso

Lo scorso anno, la nostra associazione Tutela Rurale voleva organizzare un convegno a Pescasseroli. Il titolo, volutamente provocatorio (“Orsi e pastori”), voleva mettere l’accento sul fallimento delle politiche e le regole del parco, ostili alle attività agrosilvopastorali, sottolineando come gli orsi “scappano” dal Parco (e frequentano troppo spesso i paesi) perché non trovano quelle risorse trofiche che offriva loro l’economia tradizionale. Il pastoralismo nel Parco è quasi estinto e l’agricoltura, l’allevamento, l’economia forestali in forte regressione e difficoltà. Contrariamente alla narrazione ambientalista, gli orsi dipendevano fortemente da risorse legate alla cura del territorio da parte dell’uomo. Non solo a Pescasseroli ma anche in altri comuni del Parco la sala per il convegno non venne concessa e si dovette organizzare l’evento in un comune (di poco) fuori Parco, non Parco-dipendente.

Tra i relatori (vedi la locandina riprodotta qui sopra) vi erano personaggi critici nei confronti del Parco: la prof. Lina Calandra (che i parchi abruzzesi ha studiato a fondo ricavandone considerazioni molto critiche), lo zoologo Paolo Forconi che gli orsi li studia sul campo ed è il primo a mettere in relazione la crisi dell’orso marsicano con la crisi dell’agricoltura, l’agricoltore (e cacciatore) Dino Rossi, portavoce – senza peli sulla lingua – del malessere delle categorie rurali (presidente del Comitato spontaneo allevatori Abruzzo e vice-presidente di Tutela Rurale).

Dino Rossi al lavoro domenica 4 maggio (ma piantavano mele o susine?)

A piantare i meli sono andati i critici del Parco

Rossi e Forconi hanno inteso dare una lezione al Parco e alle organizzazioni “satelliti” come PercOrsi perduti. Così si sono presentati con tanto di zappe e vanghe all’evento “Pianta una mela aiuta un orso”. E per fortuna che c’erano loro perché di “contadini” non c’era quasi nessuno; c’era qualcuno a guardare ma poco avvezzi a manovrare la zappa. Rossi ha portato anche un sacco di letame (“quello che la UE definisce materiale altamente inquinante, ci ha tenuto a precisare con la sua solita verve polemica). Tra i presenti c’erano cinque studenti inglesi che si sono dimostrati molto volenterosi. Dino Rossi ha chiesto loro di recarsi al fiume e di prendere acqua per irrigare gli impianti. Come è noto è pratica indispensabile per far aderire le radici al terreno e favorire l’assorbimento dell’acqua. Così come gli impianti dovrebbero essere preceduti dalla lavorazione del terreno per facilitare la crescita delle radici e l’immagazzinamento dell’acqua, meno agevoli in un terreno compatto.

Qualche dubbio sulle pratiche agricole ambientaliste

In effetti, secondo Rossi, la perdita delle piante messe a dimora lo scorso anno poteva essere attribuita alla mancata o insufficiente lavorazione del terreno e alla mancata o insufficiente irrigazione. Mettere a dimora in primavera implica dover irrigare d’estate, cosa che non è necessaria quando si pianta in autunno con le piogge autunnali e la diminuzione della temperatura e dell’evapotraspirazione. Nel corso della giornata, su un altro terreno si è proceduto a potare le piante messe a dimora negli anni scorsi. Ma poi, maggio è un mese adatto per le potature, che vanno eseguite durante il riposo vegetativo? Pare di assistere a un’agricoltura al contrario, fatta di parole e di comunicazione. In ogni caso un complimento a Rossi e Forconi che, in questo caso, hanno affidato la critica ai fatti, con in mano la zappa. I nostri amici, compiuto il lavoro se ne sono andati prima della tavolata, apparecchiata per venti persone (“ma a lavorare erano poche” ha osservato Dino Rossi)


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  1. […] sacrosante contestazioni (noi, peraltro, non ci siamo tirati indietro Pnalm: un parco fallimentare. A piantare i meli per gli orsi sono i critici del Parco) Il Re è […]

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